Speciale Sudestival 2018: Mirko Pincelli racconta The habit of beauty

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Quarto film in concorso al Sudestival 2018 è The habit of beauty del regista Mirko Pincelli. In questo articolo l’intervista che il regista ci ha concesso in occasione della proiezione del suo film al festival.

Mirko Pincelli

Il regista Mirko Pincelli al Sudestival

Intervista a Mirko Pincelli, regista di The habit of beauty

Ciao Mirko, benvenuto su cinemio. Per cominciare parlaci un po’ della tua carriera: dagli studi di fotografia, all’arrivo a Londra ai tre documentari e alla voglia di cimentarti in un lungometraggio? Ci racconti di te?

Mirko Pincelli: Secondo me carriera è un parolone io lo chiamerei di più un percorso perché alla fine sono ancora molto giovane e la carriera si raggiunge, se si raggiunge, più in la negli anni ma in ogni caso non è mai stato un mia priorità riuscire a diventare qualcuno o qualcosa. Per me è stato sempre importante raccontare storie che sono vicine a me, al mio cuore, al mio interesse e questo è stato il percorso che ho fatto partendo dagli studi di fotografia che ho iniziato quando avevo 18 anni in Inghilterra.

Ho lasciato l’Italia giovanissimo subito dopo le scuole superiori, mi sono trovato in questo mondo che apparentemente è vicino a noi ma in realtà è un mondo completamente diverso da quello a cui siamo abituati a vivere in Italia.

Londra è un paese molto difficile, duro, è necessario adattarsi a dei ritmi molto più spinti e più ferrei però è stato negli anni anche un paese che mi ha offerto tantissimo a partire dai lavori di fotografia tra New York, Parigi e l’Inghilterra seguendo importanti fotografi a livello internazionale fin dall’età di circa 21 anni.

Il passaggio ai documentari è stato abbastanza naturale. Intorno ai 20 anni sono andato in ex Iugoslavia per seguire un reportage per una rivista tedesca sulla situazione contemporanea della Bosnia e quando ero là mi sono reso conto che le mie fotografie non parlavano e non riuscivano ad esprimere abbastanza i miei sentimenti e quello che provavo per i luoghi e per i posti che percorrevo.

È nata in me la voglia di passare dalla fotografia al documentario e l’ho seguita credendoci perdendo e lasciando dietro di me tutte le paure che fare un documentario può portare. Ho preso una telecamera e ho speso mesi (per non dire anni) seguendo la storia della Bosnia e quello che rappresentava.

Nonostante i consigli di lasciar perdere perché era una storia passata, dimenticata e dura, che la gente non è interessata a seguire, sono riuscito ad avere un buon successo ai festival e soprattutto a distribuirlo a livello internazionale. Questo mi ha aiutato a fare il secondo e terzo documentario e una serie per Al Jazeera.

Ho seguito molto il mio istinto, quello in cui credevo, e alla fine ho ricevuto riscontri positivi in quanto già riuscire a portare a termine un lavoro di un documentario e di un film è un passo importante.

The habit of beauty

The habit of beauty presentato al Sudestival

Parliamo di The Habit of beauty, tua opera prima. Soggetto e sceneggiatura sono di Enrico Tessarin che mi pare di capire sia tuo collaboratore storico. Com’è nata la storia del film e come hai collaborato con lui per la stesura della sceneggiatura?

Mirko Pincelli: E’ successo che io ed il mio socio Enrico Tessarin sceneggiatore e produttore di The habit of beauty ci siamo trovato dopo il terzo documentario che abbiamo fatto insieme ad avere un po’ di libertà sia economica che di tempo e fisico per poterci dedicare a scrivere un film di nostra mano.

Ci abbiamo speso tanto tempo è stato un percorso molto simile a quello che facciamo di solito quando seguiamo un documentario in quanto abbiamo voluto parlare di storie che ci sentivamo di conoscere, vicine a noi, reali,  dove ci porta il cuore: raccontare e parlare di storie vere, che parlino di una realtà tangibile che ci circonda, e non troppo finta, troppo sleek come si dice in inglese, ma tangibile una realtà con cui chiunque si può identificare e ritrovare.

Nico Mirallegro

L’attore Nico Mirallegro al Sudestival

Parliamo della fase delle riprese. Come sono andate? Ci sono degli aneddoti che ti va di raccontare?

Mirko Pincelli: Essendo stato dietro la camera su tutti i miei lavori mi sento di avere un rapporto abbastanza morboso con la telecamera e mi sento a mio agio. 

In questo film è stata la prima volta che volevo appoggiarmi a qualcuno da cui potessi imparare, che poteva aiutarmi in tutti i sensi e ho avuto la grandissima fortuna di lavorare insieme a Fabio Cianchetti, direttore della fotografia di Bernardo Bertolucci e si è creata una forte sintonia perché c’è stata una fiducia reciproca e lui è riuscito a tradurre (che è poi il vero lavoro del direttore della fotografia) con la luce e con le immagini quelli che erano i miei pensieri.

Quindi le riprese sono andate molto bene, il mio intento fin dall’inizio è stato quello di circondarmi di una squadra con tanta più esperienza di me, perché per me l’esperienza è tutto, da cui potevo imparare e potevano aiutarmi a realizzarlo nel modo più vicino possibile a quella che era l’idea iniziale.

La difficoltà è stata cambiare a livello produttivo e rientrare in quello che è il metodo italiano rispetto a quello inglese, senza nulla togliere ad entrambi ma sono due metodi molto diversi e ognuno porta un qualcosa di speciale ed unico. E credo che si legga anche nel film la differenza tra la parte inglese e quella italiana.

Nico Mirallegro

L’attore Nico Mirallegro al Sudestival

Il film vede come protagonisti Francesca Neri e Vincenzo Amato. Come li hai scelti e come hai lavorato con loro per definire la psicologia dei personaggi ed il loro rapporto?

Mirko Pincelli: Oltre a Francesca Neri e Vincenzo Amato mi piace sottolineare il ruolo di Nico Mirallegro che trovo altrettanto interprete e protagonista come i primi due. E’ stato molto speciale ed importante lavorare con loro perché sono persone che credono tanto nel lavoro che fanno. C’è stata una sintonia speciale tra me, Vincenzo e Nico in quanto dovevano calarsi nei panni di personaggi a cui mi ispiro in maniera molto forte.

Provengo da una famiglia che all’inglese è chiamato working class e sin da bambino ho avuto il sogno della fotografia, ma in un piccolo paese come il mio è difficile poter credere che quel sogno sia raggiungibile e trasformarlo non solo in una passione ma in un lavoro. Quindi il percorso e le difficoltà di Ian sono molto vicine a quelle che sono state le mie da giovane ed il ruolo di Vincenzo è un po’ un’immaginazione che io ho dato a quello che poteva essere la mia vita se avessi seguito un altro percorso.

Per finire Francesca è stata fantastica durante le riprese perché il suo ruolo è stato difficile, quello di una madre che perde un figlio, nonostante questo si è dedicata in tutto e per tutto.

E’ speciale quando un regista ha tra le mani degli attori disposti a crederti e seguire qualsiasi strada tu gli suggerisci portando del vissuto loro e quindi molto personale che vanno ad aggiungere ad un personaggio.

Io credo che quando un attore fa questo passo il personaggio veramente inizia a colorarsi di particolarità e dettagli che diventano credibili. Loro si sono veramente impegnati con dedizione al progetto e soprattutto al personaggio credendoci e sentendosi vicini a quel ruolo.

Io ho cercato degli attori che erano molto vicini a ciò che mi ero immaginato, non attori ma persone fisiche per cui c’è stato un percorso lungo per avvicinarli conoscerli condividere e sviluppare insieme il personaggio. E’ stato un lavoro lungo e la psicologia l’abbiamo sviluppata insieme proprio come una vera famiglia in cui ognuno si è sentito carico di quella voglia di aggiungere qualcosa di suo personale, di unico e speciale al personaggio.

The habit of beauty

The habit of beauty presentato al Sudestival

Il film ha partecipato a numerosi festival e vinto anche un bel po’ di premi. Qual è stato il riscontro di pubblico e critica sul tuo film? Ci sono dei complimenti che hai particolarmente apprezzato?

Mirko Pincelli: Il film ha partecipato a qualche festival, sarebbe bello partecipare a più festival possibili non tanto per i premi ma perché è bello fare film per condividerli e diffonderli il più possibile e avere il numero maggiore di pubblico che può guardare il tuo film, apprezzarlo o meno, ma soprattutto vivere un’esperienza diversa. Perché vedere dei film dà la possibilità allo spettatore di entrare in un mondo che non era pronto non aveva la voglia di immaginarsi o entrare.

Quello che in realtà mi porto a casa sono i commenti di vario tipo che alcune persone fanno. Incontri registi, vedi dei film che in alcune situazioni non vengono distribuiti, i festival danno l’opportunità a quei film di essere visti. In alcuni casi grazie ai festival si trova una strada per la distribuzione.

A me questo in Italia non è capitato però è capitato in Spagna ed in altri paesi in cui grazie al festival a cui ho partecipato siamo riusciti a trovare piccole ma importanti distribuzioni che hanno lanciato il film. I festival sono una realtà preziosa per i film soprattutto se indipendenti o con dei budget ridotti aiutano a crearsi uno spazio pre-distribuzione o vendita internazionale. A più festival partecipi più spazio riesci a ritagliarti verso il film ed il lavoro che tutta la squadra ha fatto.

Mirko Pincelli

Il regista Mirko Pincelli al Sudestival

E per concludere uno sguardo al futuro: c’è già un nuovo progetto nel cassetto? Ti va di parlarcene?

Mirko Pincelli:  Sto sviluppando e portando avanti due documentari, genere che fa parte di me della mia essenza di ciò che mi interessa. Ci tengo molto a dedicare il mio tempo e le mie energie a storie che ritengo importanti, che abbiano bisogno di un’attenzione giusta.

Sono rientrato da poco da Indonesia e Filippine dove ho lavorato insieme alla Croce Rossa Internazionale su in documentario che parla di estremismo e della radicalizzazione sempre più presente in paesi con un passato, una storia ed un presente molto complicato. Sto portando avanti un mio documentario sul sex trafficking, il traffico umano tra Est Europa ed Italia, e soprattutto sto preparando il mio prossimo film di finzione che è una storia vera che si sviluppa tra i Balcani, la Bosnia in particolare, e New York City, è una storia di un padre ed un figlio che iniziano un viaggio epico alla ricerca della loro figlia che è sparita. Non aggiungo altro per non svelare troppo.

Ringrazio Mirko Pincelli per la sua disponibilità e gli faccio, a nome della redazione di cinemio, un in bocca al lupo per il concorso del Sudestival.

Continua a leggere tutti gli approfondimenti sul Sudestival 2018.

@Foto Credits Sudestival.org

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