Miseria e Nobiltà: Il Film di Totò

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Miseria e Nobiltà è un film che bene o male tutti abbiamo visto, almeno qualche spezzone, memorabile la scena di Totò che “si mette gli spaghetti in tasca”, rivivilo con questa recensione…

Il backstage del film

una locandina originale

Prima metà degli anni Cinquanta: Antonio De Curtis noto artisticamente come Totò è ormai un divo affermato del cinema comico. Gira tre film per anno, prevalentemente parodie dove non mancano le allegorie stralunate e un pizzico di satira politica e i suoi film attirano migliaia di spettatori.

La critica invece nicchia, lo apprezza come comico, “quello che fa ridere” ma lo disprezza come attore.

Molte volte le sue pellicole vengono stroncate senza che l’autore dell’articolo abbia effettivamente visto il film visto che al posto del titolare gli articoli delle pellicole di Totò li firmano i cosiddetti “vice”.

Totò con la regia di Mario Mattoli, onesto artigiano, direttore di diverse sue pellicole che in seguito tenterà la carta della commedia classica, porta sul grande schermo una commedia di Edoardo Scarpetta, attore e autore partenopeo nonché padre reale, ma non ufficiale dei tre fratelli De Filippo.

Miseria e nobiltà -“Lettera a lu compare nepote”

La trama

Il personaggio inventato da Scarpetta è don Felice Sciosciammocca che interpreta tre diversi ruoli in differenti commedie a loro volta tutte portate sul grande schermo da Totò.

“Miseria e nobiltà” uscito nel 1954 a colori, si avvale di un bel gruppo di caratteristi come Enzo Turco, con De Curtis in molte future commedie e Carlo Croccolo, giovane ma già presente in diverse pellicole di Totò, oltre a Dolores Palumbo, insieme ad una giovanissima non ancora ventenne Sofia Loren.

In una bicocca di Napoli convivono litigiosamente le famiglie di Felice, scrivano squattrinato perché chi ha un po’ di soldi va a scuola e chi non li ha non può neanche permettersi di pagare qualche spicciolo per farsi scrivere una missiva e dell’amico fotografo ambulante, anche lui al verde perché se non circola moneta non si ha voglia di farsi fotografare.

La prima parte del film è tutta orientata a inquadrare la miseria dei personaggi, splendida la scena dei camerieri che pian piano recano ricche pietanze grazie alla generosità del corteggiatore della figlia del fotografo e anche il magnifico duetto tra Turco e Totò che umilmente fa da spalla.

La fame, la disarmonia e anche la scarsa considerazione verso l’infanzia sono le tematiche affrontate fin qui ( il figlio bambino di Felice veste di stracci, è vilipeso da tutti e infine costretto a trovarsi un mestiere pur di poter mangiare).

La seconda parte invece introduce il gruppo di sventurati nel mondo della “nobiltà” grazie all’innamorato di nobili origini della giovane figlia di un ricco cuoco che li paga per fingersi i suoi aristocratici parenti.

A metà tra una pochade alla francese o commedia degli equivoci, la vicenda si conclude con l’inevitabile lieto fine e mantenendo la consapevolezza nello spettatore di aver visto un , per dirla all’inglese “play within the play” ( commedia nella commedia) visto che insieme alla parola “fine” si chiude anche il sipario.

Grandissimo come sempre Totò,  film poco considerato dalla critica all’epoca, ma consegnato alla storia e considerato cult oggi.

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