Qualcuno volò sul nido del cuculo: non l’hai ancora visto?

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La rubrica “Evergreen: non l’hai ancora visto” ci porta alla scoperta di film intramontabili. Scopri il perché, almeno una volta nella vita, bisogna vederli. Andiamo alla scoperta di una delle più importanti pellicole sul disagio mentale e sul maltrattamento dei pazienti nei manicomi.

Il film del regista Miloš Forman è uno dei pochi ad aver vinto tutti gli Oscar principali. La pellicola è tutt’oggi considerata una delle più importanti di sempre ad avere come tematica il disagio mentale. Il lungometraggio del 1975, tratto dall’omonimo romanzo, è stato un ottimo strumento di denuncia nei confronti dei metodi poco ortodossi, usati in passato, degli istituti di cura psichiatrici. Un fantastico e travolgente Jack Nicholson intrepreta il ruolo principale.

Qualcuno volò sul nido del cuculo: il sottile confine tra follia e normalità
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Il protagonista R. P. McMurphy è un delinquente che viene rinchiuso in un manicomio per far verificare, alle autorità competenti, se la sua aggressività sia dovuta ad una malattia mentale. L’ex detenuto non ci metterà molto a dettare legge all’interno del reparto a cui verrà assegnato, creando scompiglio e facendosi nemico l’infermiera Mildred Ratched, interpretata da Louise Fletcher, nei panni del “cattivo” dell’intera vicenda.

Intrinseca di metafore e drammaticamente bella, la pellicola mette lo spettatore di fronte alla dura condizione che i pazienti hanno dovuto subire all’interno delle mura di un ospedale psichiatrico. Il reparto a cui il “l’intruso” verrà affidato, è composto da diversi degenti. Ognuno di loro rappresenta un particolare significato, e uno stato mentale differente. Trattati come semplici mezzi per assolvere alle proprie funzioni lavorative, gli inservienti non avranno particolare cura del loro gruppo, privandolo di qualsiasi piacere, di qualsiasi cosa che si possa definire, seppur lontanamente, umano.

Il culmine del disagio creato nei loro confronti lo si avrà nelle sedute collettive, dove la perfida capo-reparto, non esiterà a mettere in difficoltà il gruppo, non interessandosi veramente allo stato d’animo dei pazienti, chiedendo loro qualsiasi cosa senza un briciolo di delicatezza, e riempendoli fino alla nausea di medicine senza senso.

Convincente l’utilizzo della tecnica per il quale l’eroe, pur essendo una figura negativa all’interno della società (in questo caso un fuorilegge), si conquista il tifo e l’interesse dello spettatore  creando una contrapposizione tra ciò che dovrebbe essere, nella norma, corretto (la cura e il trattamento dei pazienti), ma non lo è, e ciò che non dovrebbe esserlo (le mal dicevoli azioni che il protagonista compie per sfuggire alla morsa e alle costrizioni degli infermieri), ma che risulta fondamentale per sconfiggere l’inquietudine dei degenti e creare un po’ di pace all’interno del reparto. Essa, utilizzata perfettamente in questo film, verrà adoperata con grande successo in pellicole successive, e in alcuni di essi ne sarà la peculiarità.

“E adesso io sarei pazzo per loro solo perchè non sto lì tranquillo come un fottutissimo e immobile vegetale, non ha il minimo senso secondo me.. se questo vuol dire essere pazzo, beh allora io sono un rimbambito, toccato.. si, tutto quello che volete!”
-R. P. McMurph, in una discussione con il direttore dell’istituto-

Emozionante e travolgente la scena in cui il protagonista riesce a far evadere le componenti dell’intero reparto, con la complicità di alcuno di essi, e una distrazione degli addetti al controllo.
La “ciurma” guidata dal loro improvvisato capitano, raggiungerà un porto e si imbarcherà facendosi un giro in mare, mentre il loro condottiero intratterrà una sua vecchia conoscenza all’interno della cabina. Al ritorno, ad attenderli, ci saranno le forze dell’ordine e gli inservienti, pronti a scortarli nuovamente all’istituto. La scena risulterà essere malinconicamente divertente.

Non possiamo non spendere due parole per  la strabiliante prova dell’inimitabile Jack Nicholson, forse alla sua prima migliore interpretazione, che rende speciale e unica nel suo genere la pellicola. Con la sua semplicità nello svolgere uno dei lavori più belli del mondo, rende reale un ruolo complicato ed emblematico, facendoci scappare qualche sorriso in un film che non lo prevedeva affatto.

Spezzone del film

L’epilogo, inevitabilmente triste, apre le porte alla speranza e chiede al pubblico di aprire gli occhi e sensibilizzarsi nei confronti di chi meno fortunato di noi è costretto a convivere con un malessere mentale. Ci chiede di non aver paura di chi è diverso da noi, per un motivo o per l’altro, e di cercare di utilizzare la nostra “normalità” per cercare di aiutare coloro che forse sono talmente speciali da non sembrarlo affatto, nascondendosi dietro un difetto mentale, al quale, nella maggior parte dei casi, non esiste cura. Dopo quasi quarant’anni dall’uscita del film, ci auguriamo sia riuscito a raggiungere il suo obiettivo.

Della rubrica “Evergreen: non l’hai ancora visto” leggi anche:

#1 On the Road

#2 Donnie Darko

#3 Io e Annie

#4 Paradiso+Inferno

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