End of watch, un poliziesco con gli attributi

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di Igor Riccelli

Bryan Taylor (Jake Gyllenhall) e Mike Zavala (Michael Peña) sono due agenti di pattuglia per le trafficate strade di South Central, Los Angeles. Hanno giurato di servire e proteggere i cittadini, ma l’unico modo per proteggere se stessi è quello di guardarsi le spalle a vicenda, ogni giorno, dall’inizio alla fine del turno di lavoro: «Seguimi nell’incendio fratello».

Ci sono tante cose in questo film diretto, sceneggiato e prodotto da David Ayer, già sceneggiatore del roboante Training Day, con Denzel Washington: la sequenza iniziale ricorda da vicino l’invettiva di Monty/Edward Norton ne La 25esima ora. A metà tra mockumentary e thriller, End Of Watch è un bagno ghiacciato di realtà poliziesca, dove l’unica cosa che conta davvero è firmare il rapporto di fine turno e scrivere quelle tre lettere: ‘EOW’ – appunto, End Of Watch.

Niente più poliziotti cattivi e corrotti per David Ayer che, nato e cresciuto proprio a South Central, non pone alcun filtro tra la macchina da presa – spesso e volentieri a mano – e la realtà: «Scrivere storie di poliziotti è facile per me, ho quel gene dentro. E passare da Training Day a End Of Watch ha rappresentato in qualche modo una chiusura del cerchio», ha affermato lo stesso regista. Da ricordare che David Ayer fu sceneggiatore anche di altri due polizieschi: S.w.a.t. – Squadra speciale anticrimine e La notte non aspetta, oltre che del già citato Training Day.

Tornando al film, l’elemento pregnante è una ricerca spasmodica di realtà, che si traduce inevitabilmente in una vorace fame di violenza. Niente risse o cazzotti finti in stile poliziottesco, le botte che vediamo sono reali e se ne avverte la brutalità. A fare da sfondo alla dura vita da strada, mogli e fidanzate – toccante l’interpretazione di Anna Kendrick in questo senso (già ottima in Tra le nuvole) – feste in stile messicano e tante risate, ma sempre con l’angosciante sensazione di un tempus fugit che non lascia scampo, di un domani che potrebbe non esserci.

Così Ayer spiega il suo scarto rispetto ai film precedenti: «Questi poliziotti assistono al caos più totale, a vere e proprie carneficine e devono affrontare delle situazioni psicologicamente assurde e distruttive, ma poi devono tornare a casa e dedicarsi ai loro cari. Chi riesce a fare tutto ciò, secondo me, è una persona affascinante». Quello che appare evidente è che, nonostante le centinaia di pellicole su polizia e poliziotti viste sul grande schermo, questa ‘normale’ storia di un’amicizia fra colleghi non sia ancora stata raccontata, e anche questo è affascinante: c’è sempre un nuovo punto di vista da esplorare, anche in realtà riprese e raccontate per decenni.

Così, giorno dopo giorno, le loro chiamate diventano le nostre, grazie a un Jake Gyllenhall intenso, intimo e un goliardico Michael Peña che fa ottimamente da sparring partner, oltre ad un impianto fondamentalmente documentaristico. Abbandonata la facile retorica da poliziotti buoni e criminali cattivi, il regista riesce nell’intento di farci entrare nella testa dei due protagonisti, con uno stile di regia asciutto, essenziale per due ore di azione che non lasciano un attimo di respiro.

In conclusione, mi sembra di poter affermare senza alcun dubbio che David Ayer, con questo End Of Watch, abbia significativamente alzato l’asticella del genere poliziesco. Quindi, andate a vederlo senza remore, perché ne vale la pena.

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