Tutto tutto niente niente, il ritorno di Albanese è da morir dal ridere

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Tre storie diverse, tre personaggi uniti da un destino comune: una chiamata che li trascina fuori dal carcere e li catapulta nei “Palazzi della Politica” (molto orwelliano) per rinvigorire con i loro voti una maggioranza in crisi. I ‘politici per sbaglio’ in questione sono: Cetto La Qualunque, che abbiamo imparato a conoscere in Qualunquemente, alle prese con una crisi sessuale e identitaria senza precedenti; Rodolfo Favaretto, che rincorre il sogno secessionista di un nordista estremo; infine Frengo Stoppato, un uomo che fa degli stupefacenti uno stile di vita, una religione dell’aldiqua. 

Tutto tutto niente niente è un ritratto folle di un’Italia altrettanto folle, un affresco sopra le righe di una malapolitica in cui, detto fra noi, la realtà ha superato l’immaginazione già da parecchio tempo. Rispetto al primo film, che ad essere sinceri mi aveva deluso, ci troviamo di fronte a un’opera più estrema, più completa grazie all’interazione di tre personaggi principali – tutti in perfetto stile Albanese – che sono in tutto e per tutto macchiette, maschere stereotipate di protagonisti però reali.

La frase “ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale” non fa al caso di questa pellicola. Alcuni dei personaggi, come per esempio il secessionista nordico Olfo (così lo chiamano gli amici) o il Sottosegretario – ottimamente interpretato da Fabrizio Bentivoglio – sono facilmente riconducibili a figure di spicco della politica italiana.

Se l’intento del regista Giulio Manfredonia e degli sceneggiatori Antonio Albanese e Piero Guerrera era quello di dare vita a un sequel che non fosse un ‘film secondo’ ma una creatura a se stante, si può affermare senza dubbio che ci siano riusciti. Pur dovendo ammettere che il prodotto finale non entrerà negli annali come un capolavoro del cinema italiano, alcune scene e trovate risultano davvero azzeccate e memorabili: una su tutte, il tentativo di Rodolfo di creare un esercito della secessione nordica, costituito interamente da extracomunitari. Il divertimento, insomma, è di gran lunga superiore al precedente Qualunquemente.

I costumi e l’ambientazione rifuggono completamente da un desiderio di attinenza al reale, situandosi in una dimensione onirica, pittoresca, estremamente colorata e irreale appunto. La Roma in cui i nostri protagonisti muovono i primi passi da politici è stato completamente reinventata dallo scenografo Marco Belluzzi, che l’ha resa astratta e stilizzata. La maggior parte delle scene sono girate nel quartiere dell’Eur, rarefatto e marmoreo al punto giusto.

Anche la fotografia di ampio respiro – frequente l’uso di lenti grandangolari – contribuisce nell’intento di elevare il film in un Iperuranio al contrario, in cui le idee sono scappate lasciando il posto a una desolazione dell’intelletto. Accanto ad un Antonio Albanese particolarmente ispirato e a Fabrizio Bentivoglio, merita una menzione Lunetta Savino, che interpreta la psico-religiosa madre di Frengo il cui unico obiettivo è rendere il figlio ‘Santo in vita’.

Come tutti sappiamo, il Natale in Italia è legato da anni (purtroppo) all’uscita dei cinepanettoni, che negli ultimi mesi hanno vissuto un calo verticale degli introiti e dell’apprezzamento, ancora comunque troppo elevato per un paese civile, del pubblico. Ben venga quindi un’opera come Tutto tutto niente niente, che fa ridere (e pensare) senza rendersi ridicola e che auspico riuscirà a rubare la scena a quei detriti residuali di trash che sono oggi i cinepanettoni.

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