Recensione: “Ritratto di mio padre” di Maria Sole Tognazzi

Presentato all’ultimo Festival di Roma, “Ritratto di mio padre” è il documentario di Maria Sole Tognazzi dedicato – appunto – al padre Ugo: uno dei “quattro moschettieri” della Commedia all’Italiana (assieme a Sordi, Gassman e Mastroianni), del quale quest’anno ricorre il ventennale della scomparsa.

Giusto lunedì qui si ricordava la figura di Dino De Laurentiis, un altro protagonista assoluto del cinema italiano. Ebbene, Tognazzi era per certi versi l’opposto: un irregolare, per certi versi un pazzo capace di andare contro i suoi stessi interessi commerciali quando si entusiasmava ad un progetto. Assieme a Raimondo Vianello, praticamente ha inventato la satira televisiva italiana con il programma Un due tre: è per entrambi praticamente l’esordio nel mondo dello spettacolo, che li catapulta di botto nel grande successo popolare dopo anni di gavetta nel teatro di serie B.

In questo periodo, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, lui e Vianello iniziano a sfornare film come fossero noccioline: da qui il suo successo sarà ininterrotto almeno per tutti gli anni Settanta. Nel decennio successivo Tognazzi si confronta con lo spettro della vecchiaia, che lo atterriva, e che comunque non farà in tempo a vivere appieno (è morto all’improvviso durante il sonno, nell’ottobre del ’90). “Ritratto di mio padre” parla anche di quest’ultimo periodo, ma con forse fin troppo pudore, senza accennare alla depressione che aveva tormentato Tognazzi – proprio uno come lui, che era il simbolo stesso dell’italianità anche nella gioia di vivere – in questi ultimi anni.

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Però, da questo documentario, emerge comunque bene questa sorta di doppiezza nel suo carattere – che è poi ciò che lo rende così affascinante. Quell’essere allo stesso tempo un gaudente sciupafemmine, generoso, anche infantile per molti versi, e covare un fondo di malinconia e forse anche di peggio. Maria Sole Tognazzi alterna spezzoni dei suoi film, filmati di famiglia in super 8, ed interviste da lei realizzate per l’occasione ad alcuni importanti compagni di viaggio: Monicelli, Michel Piccoli, Bertolucci, Ettore Scola oltre ai suoi stessi fratelli (Gianmarco, Ricky, e Thomas avuto da un altro matrimonio).

Ma è proprio Monicelli a regalare – oltre agli aneddoti – anche alcune riflessioni generali sul ruolo dell’attore che meritano di essere raccolte: la “doppiezza” è infatti parte stessa di questa professione, tanto che prima della Rivoluzione Francese gli attori non erano sepolti nei cimiteri perché si riteneva che non avessero un’anima. Mentre a tutt’oggi, il Corano proibisce nei paesi islamici di accettare le testimonianze rese dagli attori: insomma, non sono persone come le altre. Ed è per questo che ci affascinano.

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