#Venezia74: Il Contagio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

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#Venezia74: Devo ammettere che è triste quando si viene a conoscenza che questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia sarà così ricca di cinema italiano per poi andare ad assistere ad un film come Il contagio, opera seconda di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, presentata all’interno della Giornata degli Autori oggi al Lido. Ed è raro (per me) ammettere che un film è brutto. E badate che c’è rabbia nelle mie parole perché la carne al fuoco era tanta ma, come successo alcuni mesi fa per (il comunque migliore) I Peggiori, non puoi prendere un soggetto relativamente interessante (in questo caso un romanzo) e provare a trarne profitto costruendoci su qualcosa che (nel caso specifico) risulta essere solo una copia a metà tra Suburra di Sollima e Romanzo Criminale di Placido. Botrugno e Coluccini, che pure s’impegnano con complessi piano sequenza e movimenti di macchina non scontati o ‘passivi’, mi voglio augurare in cuor mio siano stati all’interno di questa produzioni solo come shooter, accanto alla bravura del Direttore alla Fotografia Davide Manca che riesce sempre ad elevare esteticamente un prodotto, indipendentemente dal valore del progetto e della sceneggiatura.

Il contagio

Il cast è ricco e variegato, andando dalla sempre brava Anna Foglietta a Giulia Bevilacqua, passando per Vinicio Marchioni fino a Daniele Parisi e ancora Maurizio Tesei, Lucianna De Falco e fino ad un inedito (inutile e in cerca di riscatto che non avrà qui) Vincenzo Salemme. E fa rabbia perché il problema alla base di tutto questo, oltre che chiaramente editoriale e produttivo, è la sceneggiatura scritta dagli stessi registi insieme ad uno degli interpreti, Nuccio Siano.

Il contagio

Il contagio

Che dire in una parola? Pessima. Sotto ogni punto di vista. Oltre il richiamare i film sopracitati decide di chiudersi in questo utilizzo vernicolare della parola (e c’è né per tutta l’Italia, sia chiaro, è giusto poter accogliere ogni tipo di pubblico, da Milano sino alla Sicilia!), questa enfasi grossolana, questo barocchismo dei dialoghi, questo continuo utilizzo di una slow motion sottolineata da barocchismi musicali eccessivi (e non critico il commento musicale in sé quanto la scelta che ha portato a questo e come è stata applicata al film), questo continuo pressare sull’aspetto emotivo per poi (addirittura!) ergere il personaggio di Salemme a voce onniscente che, a suo modo, ci fa pure la morale e prova a trovare il senso al titolo del film, pretestuoso anch’esso perché poi conduce i giochi in maniera malsana portando la resa del prodotto a un mero gioco di archetipi già triti e ritriti, di un’Italia che c’è ma che è stata ben raccontata più e più volte (e neanche in malo modo) e che spinge il film verso territori che toccano più volte anche il kitch (per non dire trash) e lo relegano a mero prodotto televisivo di second’ordine.

Ci sarebbe veramente da chiedersi perché queste produzioni più piccole non considerino la possibilità di mirare più ‘in basso’ e in modo più coerente, ricercando storie più originali e con una spinta più internazionale (ancora mafia, droga e Roma? E basta!) piuttosto che ripetersi e fare ciò che, in cuor loro spero, sanno già andrà a finire nei meandri dimenticati delle povere anime che, sbadatamente, vi assisteranno.

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