Sicilian Ghost Story: Circolo Vizioso

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Arriva nelle sale italiane il 18 Maggio, in contemporanea con la presentazione alla Semaine de la Critique dell’attuale Festival di Cannes, l’opera seconda dei registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza che, dopo il fortunato esordio nel 2013 con Salvo, tornano a raccontare la Sicilia con Sicilian Ghost Story.

Sicilian Ghost Story

Sicilian Ghost Story

Sicilian Ghost Story

Primi anni Novanta. Luna (Julia Jedlikowska) è una ragazzina siciliana innamorata del suo compagno di classe Giuseppe (Gaetano Fernandez) che un giorno scompare improvvisamente. La ragazzina non si dà pace e inizia un’indagine solitaria contro i suoi stessi genitori e l’omertoso paesino in cui vive. Giuseppe è stato rapito da una cosca mafiosa, tenuto in ostaggio perché figlio di un pentito.

Trailer del film “Sicilian Ghost Story”:

Rileggere il clichè

La sorpresa più grande di un film come Salvo, oltre al sorprendente e fortunato corto di cui era figlio (Rita, 2009), era stata la rilettura di un’isola come la Sicilia, cinematograficamente e tematicamente martoriata dalle solite convenzioni, specie dopo Il Padrino di Coppola (1972).

Il loro primo film, in cui trasudava un incontro tra generi che andavano dal noir al western con quel leggero surrealismo legato al miracolo di una cieca che torna a vedere, aveva segnato l’esordio di una coppia di regista che non solo avevano qualcosa da raccontare ma che indagavano anche sul costruire un modo proprio e unico nel farlo, partendo dai classici per revisionare non tanto un genere quanto uno spazio ricco di possibilità come, appunto, la Sicilia. Tornano, a distanza di quattro anni, ma il risultato lascia spiazzati e divide.

Fabio Grassadonia e Antonio Piazza registi di Sicilian Ghost Story

Fabio Grassadonia e Antonio Piazza registi di Sicilian Ghost Story

Cosa funziona

Ci troviamo stavolta nei Nebrodi, vediamo quindi una Sicilia inedita, ricca di boschi e laghi, dove nevica e la gente indossa i maglioni di lana e già da qui capiamo la ricerca analitica dei registi di costruire qualcosa di diverso. La fotografia di Luca Bigazzi segue un percorso di grande maturità che tocca e supera La grande bellezza (2013) così come le scelte musicali a-tipiche che creano quel decoro fiabesco e ci immettono in un microcosmo fatto e vissuto da ragazzini sui 13 anni che lottano per una libertà di pensiero e per distruggere e ribaltare l’omertà e i silenzi che costringono la Sicilia a rimanere schiava e sottomessa ai suoi stessi stereotipi.

L’utilizzo dei momenti onirici, di un clima uggioso e di soggettive stranianti e ottiche grandangolari non fanno altro che immetterci totalmente in una nuova esperienza sensoriale che si avvicina all’idea di Sicilia (e quindi di mondo) che i due registi hanno e vogliono trasmetterci.

Cosa non funziona

Ma ciò purtroppo non basta a nascondere le cose che non funzionano. Partiamo da un titolo fuorviante: se Sicilian Ghosy Story deve essere inteso come ‘fantasmi di mafia’ comunque è sbagliato vendere il film come un prodotto di genere perché è tutto meno che quello (occasione tra l’altro sprecata!); il racconto s’incentra tutto sui ragazzini poiché gli adulti vengono visti poco e preda solo di archetipi immessi già in un contesto antropologico.

Una scena di Sicilian Ghost Story

Una scena di Sicilian Ghost Story

Il problema però è che i ragazzini, protagonisti compresi, non hanno idea di cosa la recitazione sia e pare non abbiano avuto neanche una salda direzione di regia. Luna, la protagonista, regge i primi piani e crediamo nel suo personaggio. Il problema suo e dei suoi colleghi di scena si pone soprattutto quando aprono bocca. Che poco non è; la durata del film (120 minuti) è improponibile: Grassadonia e Piazza si soffermano su ogni sequenza, dilatano i tempi, sforzano l’inquadratura arricchendola esteticamente e di simbolismi giustificati dal clima fiabesco per un racconto che poteva benissimo privarsi di 30-40 minuti abbondanti; infine la sceneggiatura: ancora una volta si parte da un soggetto affascinante e in parte originale per poi giungere ad un copione pieno di buchi colmati dai segmenti onirici, dove mai viviamo o attraversiamo il mistero e dove tutto ci è chiaro sin dall’inizio e senza alcun climax da raggiungere.

Sicilian Ghost Story è, insomma, una seconda prova riuscita a metà. La mano dei due registi, accanto alla fotografia di Bigazzi, è forte e chiara. Se accompagnati da un copione più solido e senza la pretesa di fare ‘cinema d’autore’ sporcandosi di più col genere come il loro precedente progetto, potremmo davvero aspirare a due nuovi cineasti di grande valore espressivo.

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