L’Agente Segreto un ritorno al thriller politico brasiliano di Kleber Mendonça Filh.
di Antea Cukon
Con L’Agente Segreto, Kleber Mendonça Filho torna a esplorare il lato oscuro della storia recente brasiliana, costruendo un thriller teso e stratificato che unisce suspense, memoria politica e introspezione psicologica. Dopo Aquarius e Bacurau, il regista conferma la sua capacità di fondere genere e critica sociale, ambientando la vicenda in un Brasile segnato dalla dittatura e dalla paranoia.
Il film si muove con passo lento ma inesorabile, rifiutando i ritmi frenetici del cinema di spionaggio più convenzionale per privilegiare l’atmosfera e il peso morale delle scelte dei personaggi. Ne nasce un racconto cupo, controllato, in cui ogni silenzio conta quanto un colpo di pistola. Vincitore di due Golden Globe: Miglior film in lingua non inglese e Miglior attore protagonista in un film drammatico
(Wagner Moura)
L’Agente Segreto: Una storia di sorveglianza e identità
La trama segue un agente incaricato di infiltrarsi in ambienti ostili, dove il confine tra osservatore e sorvegliato si fa sempre più labile. Mendonça Filho utilizza la missione come pretesto per riflettere sul tema dell’identità: chi siamo quando indossiamo una maschera? E quanto costa, in termini umani, vivere costantemente nella menzogna?
Il regista costruisce la tensione non tanto attraverso l’azione, quanto con l’attesa. Gli spazi – uffici spogli, strade semideserte, interni soffocanti – diventano estensioni dello stato mentale del protagonista. Il risultato è un film che parla di spionaggio, ma soprattutto di solitudine.
Il trailer del film
L’Agente Segreto: Moura al centro della scena
Il cuore emotivo del film è l’interpretazione di Wagner Moura, che offre un personaggio trattenuto, quasi opaco, ma attraversato da una costante inquietudine. L’attore brasiliano, già noto per Tropa de Elite e per la serie Narcos, evita ogni eccesso e lavora per sottrazione: uno sguardo, un’esitazione, un silenzio dicono più di qualsiasi monologo.
Accanto a lui spicca Maria Fernanda Cândido, nel ruolo di una figura ambigua, sospesa tra complicità e resistenza. La sua presenza introduce una dimensione emotiva più complessa, rompendo la rigidità del mondo maschile dello spionaggio. Anche Gabriel Leone contribuisce a definire un coro di personaggi secondari credibili, mai ridotti a semplici funzioni narrative.
Regia e stile: la politica nei dettagli
Dal punto di vista formale, L’Agente Segreto è un film di grande precisione. La regia di Mendonça Filho predilige inquadrature statiche, campi lunghi e un uso misurato della musica, affidando spesso al suono ambientale il compito di costruire tensione. Ogni scelta visiva sembra pensata per suggerire controllo, sorveglianza, claustrofobia.
Ma è nei dettagli che il film diventa politico: una radio accesa, un manifesto sul muro, una frase ascoltata di sfuggita. Senza mai trasformarsi in pamphlet, il racconto restituisce l’eco di un’epoca in cui il potere passava attraverso la paura.
L’Agente Segreto: Un film esigente ma necessario
L’Agente Segreto non è un’opera immediata. Richiede attenzione, pazienza, disponibilità a lasciarsi guidare da un ritmo contemplativo. In cambio, offre un’esperienza intensa e coerente, capace di parlare del passato per interrogare il presente.
È un film che conferma Kleber Mendonça Filho come uno degli autori più lucidi del cinema contemporaneo brasiliano, e Wagner Moura come interprete ideale di personaggi in bilico tra dovere e coscienza. Un thriller politico che resta addosso, molto dopo i titoli di coda.
