28 anni dopo – Il tempio delle ossa è un film del 2026 scritto da Alex Garland e diretto da Nia DaCosta, con protagonisti Ralph Fiennes, Jack O’Connell, Alfie Williams e Aaron Taylor-Johnson. La pellicola uscirà in Italia solo in sala a partire dal 15 gennaio, distribuita da Eagle Pictures.
-Articolo di Michele Scarperia
Questo lungometraggio rappresenta il quarto capitolo della saga iniziata nel 2002 con 28 giorni dopo, proseguita con 28 settimane dopo (2007) e arrivando al capitolo uscito di recente 28 anni dopo (2025).
28 anni dopo – Il tempio delle ossa
Questo nuovo capitolo della saga, che si lega direttamente al precedente, ci racconta una nuova dinamica in cui viene coinvolto il dottor Kelson (Ralph Fiennes) che potrebbe avere conseguenze devastanti per il mondo. Nel mentre vediamo lo sviluppo dell’incontro tra Spike (Alfie Williams) e Jimmy Crystal (Jack O’Connell).
Il trailer del film
28 anni dopo – Il tempio delle ossa: i veri mostri non hanno bisogno di infettarsi
C’è una cosa che la saga iniziata con 28 giorni dopo non ha mai smesso di fare: guardare l’essere umano negli occhi e dirgli il mostro non è mai quello che ringhia. 28 anni dopo – Il tempio delle ossa raccoglie questa eredità e la rilancia con forza, dimostrando ancora una volta come l’orrore più persistente no nasca dal contagio, ma dall’organizzazione del potere, dal fanatismo, dalla paura trasformata in sistema.
Il tema è già visto, certo. E’ stato detto, ridetto e analizzato. Ma come spesso accade in questa saga, non è cosa si racconta a fare la differenza, bensì come. Qui la riflessione trova nuova linfa, una nuova declinazione, più carnale, più sporca, più legata al corpo che all’astrazione.
Se il capitolo precedente era più teorico-filosofico, qui si sposta il focus. Si parla di medicina contrapposta a religione, condannando il fanatismo. Proprio questo fanatismo diventa uno dei nuclei più disturbanti del racconto, quest’operaci mostra come una fede deformata possa diventare un’altra forma di contagio, anche più pericolosa poiché promette salvezza mentre toglie libertà. Un film che non rinuncia al pensiero, ma lo incarna: lo mette nelle siringhe, nelle ferite, nei rituali.
Un’estetica potentissima e un personaggio che resta
Dal punto di vista visivo, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa è semplicemente incredibile. Un film esteticamente potentissimo, che lavora su spazi sacri e profani, su rovine che sembrano templi e templi che sembrano macelli.
In questo contesto emerge Kelson, interpretato da un Raplph Fiennes in stato di grazia (e quando non lo è). Perfettamente sopra le righe nei momenti giusti, mai gratuito, mai caricaturale. Uno di quei ruoli che ti ricordano quanto Fiennes sia uno degli attori più sottovalutati di Hollywood: capace di essere magnetico, disturbante, grottesco ma senza mai perdere di credibilità. Il rapporto con Samson è costruito con precisione chirurgica, una dinamica che regge molte delle scene più forti del film.
Le interpretazioni sono tutte sopra la media. Oltre al già citato Fiennes, anche Jack O’Connell offre una prova, intensa, fisica, sempre sul filo. Nessuno sembra fuori posto, nessuno recita “al ribasso”.
La struttura narrativa funziona. Il montaggio alternato è solido, efficace, e riesce a mantenere tensione anche nei momenti riflessivi. Spike, protagonista del capitolo precedente, viene volutamente messo un po’ da parte, scelta che potrebbe far storcere il naso a qualcuno, ma che risulta sensata. Il film vuole allargare lo sguardo, non restare ancorato a un solo punto di vista.
28 anni dopo – Il tempio delle ossa: regia meno autoriale e finale da brividi
Danny Boyle non è dietro la macchina da presa, e si sente. Ma non in senso strettamente negativo. Nia DaCosta dirige con mestiere, senza l’urgenza viscerale del primo film, ma con una solidità che regge l’impianto narrativo. Non è una regia che cerca di imporsi, ma regala almeno una sequenza già iconica, destinata a restare nella memoria del franchise e non solo.
E poi abbiamo il finale, da pelle d’oca, non per l’effetto sorpresa fine a sé stesso ma per come chiude il cerchio emotivo e tematico del film. La colonna sonora, originale e non, accompagna l’opera con una potenza che amplifica ogni sensazione, lasciando lo spettatore svuotato e carico allo stesso tempo.
Quando si arriva alla conclusione e scorrono i titoli di coda, la sensazione è una sola: ne voglio ancora. Ancora di questo mondo, ancora di questa saga che continua a stupire, ancora di queste storie che usano l’horror per parlare, sempre e comunque, di noi.
