Visioni differenti: Pee Mak Phrakanong

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Thailandia. Dopo una guerra X combattuta in una trincea Y, Mak torna al villaggio natio, portando seco 4 commilitoni divenuti amici inseparabili. Ad attenderlo una moglie bellissima ed un bimbo nato in sua assenza, ma la vita, e la morte, hanno in serbo per lui tante sorprese.

Pee Mak: The Thai way

Schiacciata dallo strapotere industriale delle grandi cinematografie asiatiche (Cina, Giappone, Corea), notata dall’Europa radical chic solo nei suoi capolavori più autoriali (Lo zio Boonmee che si ricorda delle sue vite precedenti), la Thailandia si sforza comunque di trovare una sua via al cinema commerciale di alto livello, che sia fruibile ed esportabile fuori da Bangkok. Fortunatamente, è sulla strada giusta, come dimostrato dal grande successo internazionale dI Countdown prima e di Pee Mak poi, film capace di incassare 33 milioni di dollari in patria e 13 milioni di dollari all’estero (La Grande Bellezza, anche post Oscar, è molto al di sotto di queste cifre)

Transjamder

Il successo passa attraverso una rivisitazione avantpop dei generi tradizionali del cinema asiatico: si prende il dna dell’horror asiatico (i fantasmi), si aggiunge la commedia degli equivoci, si mescola con il melò, si immerge l’amalgama nell’ambientazione locale e si apparecchia con un occhio registico di eccelsa qualità. Il gioco è fatto. Nello specifico, a dirigere Pee Mak c’è Banjong Pisanthanakun che già si era fatto notare worldwide con Shutter, e che gira come un Tim Burton in stato di grazia, posto che Tim Burton lo sia mai stato (in stato di grazia, dico).

Chiedi chi erano i Brutos

Gli amici di Mak, Ter, Puak, Shin, and Aey, quattro sgangherati, scapigliati, scervellati. Il ricordo vola al paleolitico della nostra TV nazionale,

ma la somiglianza è solo antropologica, perché in Pee Mak non ci sono  gag ridanciane estemporanee, tutto è funzionale ad una sceneggiatura lineare e perfetta.  Siamo in un meraviglioso villaggio, palafitta sulla riva di un fiume, da fiaba si direbbe, se non sapessimo che è la realtà rurale tailandese. Qui i nostri (quasi) eroi trovano ristoro presso la casa della moglie di Mak, ma l’ostilità degli altri villici ed una serie di inspiegabili eventi (cene a base di larve e foglie, braccia che si allungano a dismisura, culle che si muovono da sole)  li convincono di avere a che fare con un fantasma, così faranno di tutto per scoprirlo, anche mettersi a testa in giù e guardarsi attraverso le gambe, rimedio infallibile – così sembra – per scoprire un ectoplasma sotto mentite spoglie.

What’s amazing ?

Il film non è un capolavoro nella sua totalità. Lo è tuttavia: a), quando i (poco) fantastici 4 si aggirano nel più bel Luna Park mai immaginato, fatto di casette e attrazioni di paglia e legno (c’è anche una rudimentale la ruota panoramica, fantastica), dove il tunnel degli orrori è una casetta thailandese vera e propria, plurivano con giardino; b) quando i nostri amici pagaiano sul fiume e trionfano gli equivoci, con tutti che dubitano di tutti alla ricerca del vero fantasma. Visioni suggestive, semplice e irresistibili, di genio quindi.

Love is forever

Se proprio si vuole individuare un minus in Pee mak, facciamo notare che la soavità della protagonista e la presenza del melò annacqua del tutto la suspense, quindi, se siete in modalità “horror orientale che non devo dormire per due notti di fil”, non è il film che fa per voi. Se invece cercate un brivido di calore, uno sguardo sull’amore assoluto che è amore del diverso (diversamente vivo, in effetti), prendete una canoa long tail e remate con noi. 

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