Miserere, il piacere di soffrire

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All’interno di una casa un uomo piange ma noi vediamo solo fuori, il mare: inizia così Miserere il film di Babis Makridis.

Miserere di Babis Makridis

Miserere
Miserere

La vicenda è presto chiara: un avvocato sui quarantanni affronta come può le sue giornate mentre la moglie, in ospedale, è in coma. Nel frattempo si occupa del figlio, che non sembra scosso quanto lui dagli eventi, e segue una coppia di suoi clienti che hanno perso il padre a seguito di un brutale omicidio.

Ben presto però il dramma del protagonista si rivela un pretesto per raccontarci qualcosa di più: la sua sofferenza, seguita con il rigore di una cartella clinica (una delle didascalie che accompagnano il film spiega come insorge e si manifesta il fenomeno del pianto), si trasforma poco alla volta nel suo contrario: soffrire diventa un diversivo, un’occasione per avvicinarsi agli altri, un modo imprevisto di sentirsi vivi, forse addirittura felici.

Così, quando la moglie all’improvviso esce dal coma, l’uomo prova dapprima a tenere nascosto il ritorno alla normalità poi precipita gli eventi fino al finale degno di una vera tragedia greca.

Il trailer del film

Una tragedia…greca

Makridis, che ricorda la lezione di Kieslowski, ci immerge nel torbido dei nostri istinti, prende il dolore e lo mette a nudo, lasciandoci liberi anche di riderne; osserva il suo personaggio ma non lo giudica: anche quando dà il peggio di sè non ci appare mai come qualcuno di realmente cattivo, non più di quanto ciascuno possa pensarlo di se stesso.

Il film Miserere ha in ogni sua immagine una compostezza formale e una fissità che fanno pensare alle tavole di un fumetto, complici anche le didascalie su campo nero che accompagnano i momenti cruciali.

Miserere
Miserere

Perché – si interroga una di queste – il pianto ad un certo punto non riesce più a sgorgare? La risposta sembra venire dal mare, un’immagine ricorrente in tutto il film (anche nel primo quadro alla parete del soggiorno, sostituito da un secondo con una nave nella tempesta) che sembra suggerirci una lezione di tanti secoli fa: la sofferenza è come una nuvola, occorre attraversarla per rendersi conto di quanto essa sia inconsistente.

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