Visioni differenti: Frances Ha. Una bambocciona a Manhattan

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Iniziamo oggi una nuova rubrica dal titolo Visioni Differenti nella quale recensiremo film che, purtroppo, non vedremo MAI in Italia. Iniziamo con Frances Ha, film americano di Noah Baumbach con Greta Gerwig, Mickey Sumner, Adam Driver e Michael Zegen.

Frances Ha

Manhattan, New York, oggi. Frances Ha è una ragazza più che ventenne meno che trentenne (twenty-something), ancora abbastanza fresca di college, romantica e sognatrice, ma, ahimè, incapace di crescere e magistralmente inconcludente. Una Peter Pan in gonnella, con velleità da ballerina, che saltella senza posa tra una relazione fallita e un provino disastroso, cambiando amicizie e dimora per inerzia più che per destino. Il film è un bildungsroman atipico, in cui la formazione emotiva di Frances passa attraverso l’evoluzione del suo rapporto totalizzante con Sophie, l’amica del cuore.

Frances crashes

Frances Ha è il caso cinematografico della stagione negli Stati Uniti. Uscito in pochissime sale, con un incasso complessivo irrisorio, si è guadagnato il plauso degli opinion leader che contano, tanto che Quentin Tarantino lo ha inserito nella top ten movie del 2013. Ciò non è bastato a decretarne il successo popolare, tuttavia la critica internazionale si è profusa nella solita prosopopea di encomi: “piccolo capolavoro”, “piccola gemma”, “piccolo miracolo” e così via, di piccolo in piccolo.

Nella realtà, Frances Ha è simbolo evidente della dicotomia tra spirito reazionario e conservatore di certa critica autoriale, e pulsioni innovative e avantpop del nuovo cinema che ha saputo anche affermarsi al botteghino (es.: Spring Breakers). Vediamo perché.

Magnificamente godardiano ? No !

Frances Ha è girato in bianco e nero. Ciò di per sé non è un minus, ma nemmeno un plus. Negli intenti di Noah Baumbach il bianco e nero conferirebbe un tocco vintage, romantico e tanto tanto nouvelle vague, noi invece pensiamo che sia un espediente ruffiano, volto a circonfondere la protagonista (interpretata da Greta Gerwig, che con Baumbach è anche co-sceneggiatrice) di un’atmosfera altra, che però le è aliena. Frances è di New York, è una radical chic di New York, quindi la sua vita dovrebbe essere a colori, e nemmeno sbiaditi, ma belli accesi.

Splendidamente alleniano ? No !

Frances, diremmo suo malgrado, appartiene alla Jewish Upper Class di New York, così i suoi spisimanti, così i suoi amici, dandy e fannulloni con i soldi di papà. I dialoghi sono sì acuti e divertenti, ma troppo sofisticati a teleologici per suscitare vera empatia. Manca la cattiveria ed il tocco di genio del Woody Allen dei tempi d’oro – e sappiamo come anche per Woody questi tempi d’oro siano passati da un pezzo –, la contestualizzazione è oramai già vista, mangiata, digerita e metabolizzata.

Allora Frances Ha è … ?

la sintesi dell’involuzione del cinema Indie made in Usa, che come Frances si è dimostrato incapace di crescere ed ha perso da tempo l’originaria spinta propulsiva. Sul tema, un’altra acclamata regista Indie, Miranda July, si era affannata inutilmente con The Future (2011), guardando tuttavia avanti e cercando contaminazioni di genere.

Anche Sam Mendes, grande regista mainstream, ha preceduto Baumbach nel disegnare una generazione di bamboccioni born in the USA, frikkettoni + riccoidi,  intenti a girovagare per trovare il loro posto nel mondo (Away We Go, il bellissimo titolo del film), pure lui con risultati mediocri.

Saving Frances Ha

Decriticizzato e demitizzato, preso nella sua pauperistica semplicità, il film resta comunque una commedia con happy end (che non vi riveliamo) soffice e molto scorrevole, ed ha il merito di presentarci una storia di amicizia purissima  tutta al femminile. Questo è il vero valore aggiunto in uno scenario di genere saturato dalla bromance e dal maschilismo nerd. Troppo poco, però, per farne un’esperienza visiva indimenticabile, o quanto meno memorabile.

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