Speciale Sudestival 2013: intervista a Luigi Cinque, regista di ‘Transeuropae Hotel’

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E’ stato presentato lo scorso 15 febbraio il quarto film in concorso al Sudestival 2013: Transeuropae Hotel del musicista Luigi Cinque, in questa occasione in veste di regista. Nell’articolo la recensione del film ed un’intervista al regista.

photo credits: Sudestival 2013

Luigi Cinque è strumentista e compositore considerato uno degli autori più rappresentativi della nuova frontiera tra antropologia della musica e nuove tecnologie applicate. Ha partecipato ai più importanti festival continentali di musica contemporanea e sin dagli anni ‘70 ha lavorato sulle possibilità di integrazione tra i moduli espressivi della tradizione mediterranea e la musica moderna. Come videomaker e regista ha invece diretto numerosi lavori per Rai, Artè France, Canada e Spagna. Transeuropae Hotel è la sua opera prima.

Transeuropae Hotel

di Mattia Fino

La definizione di film per Transeuropae Hotel risulterebbe a dir poco riduttiva. Il musicista Luigi Cinque, regista del lungometraggio, ci accompagna in un viaggio permeato di bifrontismo musicale e sociale, dove le differenze tra le tradizioni italiane e sudamericane emergono travolgenti agli occhi dello spettatore, a cominciare dalle inquadrature delle ambientazioni che repentinamente passano dalla confusione di una metropoli frenetica a un paesaggio vulcanico fatto di brulle alture, affascinanti marine e costruzioni di un bianco scintillante che ricorda gli influssi greci in Sicilia dopo la spedizione ateniese.

Il cosmopolitismo dei personaggi ruota attorno ad un mistero che li attanaglia: la scomparsa di un musicista sudamericano, Darcy, durante un festival in Sud Italia. Dopo cinque anni passati senza notizie da parte dell’interessato, è chiara la matrice omicida della sparizione, voluta secondo i più dai trafficanti di droga brasiliani con i quali l’artista, proveniente dall’ambiente degradato delle favelas, inevitabilmente era entrato in contatto.

Ecco che la scena si sposta in Brasile, dove tra sincretismo religioso e scaramanzia la scienza nulla può contro le credenze ancestrali radicate nella popolazione, le quali alle volte sfiorano il campo della fantascienza. Per ritrovare Darcy è necessario abbandonare la razionalità lasciandosi trasportare dalle impressioni e dalle corrispondenze che intercorrono tra l’uomo e la natura, dunque rivolgersi ad una sorta di stregone di Bahia, Feijao, che cerca di mettersi in contatto col musicista, finito in un’altra dimensione.

Il collante di questo iter intercontinentale è la musica, che assurge quasi a motore sociale e che costituisce l’ancora di salvezza del sud del mondo. Tra jazz, clarinetti e indie rock, emblematica è la frase con cui si conclude il film e che allo stesso tempo lo riassume: “La vita senza la musica sarebbe un errore”.

Le domande al regista

Ciao Luigi e benvenuto su cinemio. Parliamo di Transeurope Hotel. Oltre ad esserne regista è tua anche la sceneggiatura ed il soggetto, tra l’altro di natura autobiografica. Come sei arrivato all’idea del film?

C’è sempre una precisa casualità nelle cose che facciamo. Anche quando ci sforziamo di essere il più razionali possibile. Dobbiamo prenderne atto e rispettare l’occasione, la coincidenza e quant’altro di simile. Nel caso del film devo l’accensione del progetto ad un casuale accoglimento della domanda da parte della Film Commission Siciliana allora diretta da Alessandro Rais. L’ho presa come una sfida personale.

Dovevo misurarmi su un racconto di finzione, uscire dal documentario che pure avevo già frequentato, e osservare invece la narrazione attraverso l’occhio della messa in scena, della quarta parete, della scrittura concreta, dei personaggi che entrano ed escono brechtianamente dal ruolo, del viaggio come attraversamento del sublime e dell’orrore, della musica applicata all’immagine, del film musicale di poesia. Per arrivare a un film probabilmente di genere. Un film musicale che non fosse la storia di una messa in scena o piuttosto il docufiction di un concerto. Che potesse raccontare qualcosa di magico ma anche di scientificamente possibile. Un racconto – simbolico/metareale – che potesse sfiorare l’intrattenimento noir/favolistico.

L’idea base è relativamente semplice: un percussionista famoso viene fatto sparire; viene trasferito per magia in una realtà parallela e un quartetto di personaggi improbabili lo ritrova visionando immagini e viaggiando alla ricerca di un mago candomblè in grado di fornire la formula necessaria alla riapparizione. Ma il  film è, in definitiva,  una meditazione sulla contemporaneità, sul disadattamento, sul valore della musica e della poesia oggi, sul pensiero magico e razionale, sulla convinzione che altri mondi sono possibili, sul pericolo che abbiamo oggi di scomparire per furto di coscienza.

Il regista Luigi Cinque

Del film sei anche protagonista insieme a Pippo Delbono e Peppe Servillo. Com’è stato lavorare con loro?

La cifra del film è una sorta di iperneorealismo, permettetemi questo termine. Tutti i personaggi del film sono se stessi, forse qualcuno tipo Peppe Servillo vive una dimensione leggermente teatrale, ma gli altri sono Pippo, Luigi, Gianluigi, Keury, Marli etc etc. Voglio dire ognuno apportava alla sceneggiatura frammenti di se stesso e questo se favoriva certamente la fluidità del girare dall’altro riconteneva il ruolo della regia in una dimensione più teatrale e poco affermativa.

Insomma se Pippo Delbono interpreta un personaggio X il regista può dire a Pippo che in quanto personaggio X deve fare una tal cosa sul set, dire una tal frase in un certo modo e così via. Se invece Pippo interpreta in scena se stesso allora subentra la mediazione, in questo caso, della verità e lui può fare in scena solo cose che non contraddicano se stesso. Questo ha presupposto una regia creativa, attenta, psicologica, da pari a pari. Non mi è venuto difficile,  ho imparato questo da due grandi maestri che ho avuto la fortuna di frequentare nella mia vita lavorativa: Carlo Quartucci, uno dei grandi dell’avanguardia teatrale e Pina Baush.

Un momento della serata al Sudestival

E come hai gestito, considerato che questa è anche la tua opera prima, il doppio ruolo davanti e dietro la macchina da presa?

Ho avuto la fortuna di avere dei buoni compagni di set, Renaud Personnaz e Jacque Cheiche e Michele Cinque alla fotografia ma anche fantastici suggeritori del movimento scenico. Sergio Tramonti per una sorta di scenografia poetica. E così tutti gli altri interpreti. Il cinema è, lo sappiamo, una macchina collettiva, il regista deve innanzitutto saper guidare quella macchina e questo non è diverso dalla direzione musicale che molto spesso ho praticato nella mia vita di musicista.

Luigi Cinque insieme al direttore artistico Michele Suma

Il film ha due splendide ambientazioni: la Sicilia e Rio de Janeiro. Quanto hanno influito nello sviluppo del film considerato che della Sicilia sei anche originario?

Nel film si dice che è una questione luce… che in certe angolazioni dello sguardo che sono poi quelle che ci servono a comprendere le cose… conta la luce e dunque non c’è differenza tra i luoghi. Cambia poco. Poi, però non è solo così! La Sicilia è nel film il contenitore di un coro tragico (sono i musicisti che rimangono ad aspettare i nostri eroi alla ricerca del mago in Brasile ), diventa, sempre la Sicilia, luogo del mito, lì Servillo e Petra Magoni arrivano in un luogo improbabile e incontrano uno straordinario coro di solfatari che canta armonie straordinariamente pregreche e preromane nel luogo (lago di Pergusa) tra l’altro dove si racconta sia stata nascosta Persefone.

Il Brasile, le favele, il samba, al contrario sono nel film il luogo del pensiero magico, sono il luogo per certi versi dell’innocenza, un’innocenza violenta e fantastica e bella. Il Brasile è ovviamente molte altre cose, è un grande paese in espansione ma a me interessava solo un angolo del suo cuore.

Un momento della serata al Sudestival

Il film ha partecipato al Sudestival e venerdì 15 febbraio c’è stata la doppia proiezione. Quali sono state le tue impressioni sul pubblico e sul festival in generale?

Il Sudestival è un festival adorabile. Diretto con intelligenza creativa e dinamica (dunque non solo competenza ma anche politica e divulgazione) da Michele Suma e da un gruppo di persone squisite. Mi ha impressionato che alle 18 di un pomeriggio di febbraio il cinema di Monopoli fosse ben popolato di giovani spettatori, attenti e, mi è sembrato, già cresciuti, nel senso antico e modernissimo della critica militante, certamente anche per il lavorìo che da anni il festival realizza sul territorio. Lo stesso vale per la proiezione della sera. Il Sudestival è un festival attivo ed è nella direzione di quello che la politica culturale di questo paese ha bisogno, fuori da quel mix di assessori, nani, ballerine, direttori per tutte le stagioni, lanzichenecchi e attoroni che ci somministrano continuamente da una parte e dall’altra.

Il pubblico del Sudestival

E ora parliamo un pò di te. Sei musicista e scrittore ed ora ti sei cimentato anche come attore e regista. In quale ruolo, se c’è, ti senti più a tuo agio? E come bilanci queste tue differenti ‘identità’?

In questo momento mi interessa raccontare (significato e significante) e dunque tutto quello della mia attività che più si possa avvicinare a questo… musica parola parola e musica…vedremo.

Guardiamo un pò al futuro. So che ti aspetta la promozione di Transeurope Hotel ma hai già qualche progetto nel cassetto? Pronto per un’opera seconda?

La promozione e la distribuzione saranno il vero dato originale del film. Lo porteremo nelle sale e nei festival accompagnandolo con i nostri concerti in duo trio quartetto etc. etc. La distribuzione ufficiale è un luogo losco e morto dove comandano e si aggirano personaggi e gusti e interessi molto molto discutibili e difficili da  gestire, andremo per la nostra strada autonomamente cercando tra i tanti modi nuovi di arrivare al pubblico che ci interessa.

Questo tuttavia non vuol dire che il film non avrà una distribuzione ufficiale internazionale. Stiamo trattando con un paio di importanti testate.

Salutiamo e ringraziamo Luigi Cinque per la sua grande disponibilità in attesa di rivederlo presto dietro la macchina da presa.

Continua a leggere l’intervista a Marco ed Antonio Manetti o ritorna all’intervista a Maddalena De Panfilis.

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