#Venezia74: Una Famiglia di Sebastiano Riso

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#venezia74: Con Una famiglia, in concorso al Festival di Venezia, il regista catanese Sebastiano Riso torna in un grande festival dopo l’esordio fortunato avuto a Cannes nel 2014 con Più buio di mezzanotte.

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Una famiglia

Questa volta, alla Catania ghettizzata del quartiere di San Berillo si sostituisce una Roma angusta, altrettanto grigia, che sembra quasi ricordarla. Ancora una volta una tematica forte che Riso prova ad raccontare gettandovisi dentro fino a raggiungerne le viscere: se nel 2014 si parlava della condizione di essere gay in un paese del sud e c’era il quartiere dei trans e c’era la formazione di un ragazzo in cerca d’identità, questa volta il regista affronta un altro tema delicato che il titolo segue e tradisce allo stesso tempo e che non vi svelo per via della scelta narrativa di destare sorpresa nel pubblico nello scoprire che sta assistendo a qualcosa di diverso rispetto a quanto potrebbe, appunto, suggerire il titolo stesso.

Il problema principale della scrittura di Sebastiano Riso risulta il voler raccontare troppo e tutto insieme, facendo in modo che alla fine ogni cosa perda di senso e credibilità con gli ultimi venti minuti del film al limite del paradossale. Il regista gioca con il volto e il corpo di Micaela Ramazzotti, già presente nel suo film d’esordio, che qui più che mai si mostra assolutamente non controllata e continuamente in over acting rispetto ad una recitazione più contenuta e ambigua che convince di Patrick Bruel.

Una famiglia

Una famiglia

Anche lì, però, i personaggi sono trattati in maniera superficiale, troppo spazio viene dato ad improbabili personaggi secondari (su tutti quello di Pippo Del Bono ma anche la bravissima e bellissima Matilda De Angelis, costretta in un ruolo che prende uno spazio troppo ampio inutilmente e ancora Ennio Fantastichini).

Troppe banalità lungo la trama, troppo metaforica la seconda parte rispetto ad una prima concreta e glaciale dove la regia di Riso ricerca la bellezza estetica attorno alla bruttura di ciò che viene raccontato senza trovare una dimensione narrativa stabile e che venga portata coerentemente in fondo. L’unica cosa interessante sono questi dettagli delle dita della protagonista che cercano ‘un’evasione’ da quella realtà brutale e che forse mai avrà. Per il resto resta un film a volte ai limiti del trash, dove il gonfiare un dramma già di per sé pesante porta solo a confezionare un film di un regista che deve ancora trovare la sua dimensione tra una visione poetica, misteriosa e metaforica ed una realtà cruda intrisa del verismo verghiano tanto cercato anche in precedenza.

Trailer del film “Una Famiglia”:

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