Lucky di John Carroll Lynch

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Arriva nelle sale italiane da Mercoledì 29 Agosto il film esordio alla regia dell’attore John Carroll Lynch, che verrà ricordato anche per essere l’ultimo film del suo protagonista Harry Dean Stanton e per la partecipazione di David Lynch: distribuito da Wanted Cinema per l’Italia è al cinema Lucky.

Lucky

Lucky

Lucky

Giunto ormai ai novanta, Lucky (Harry Dean Stanton; Paris, Texas, Cuore Selvaggio) è un ateo nonnetto che si aggira per il paese in cui vive, pigro nella sua solitaria quotidianità. Pur non avendo un’alimentazione esemplare e malgrado il fumo e l’alcool, il medico continua a confermargli una salute impeccabile. Questo almeno fino a quando non giunge un improvvisa caduta…

Lucky – il Trailer

Parole, volti e maschere

Pur non avendo parentela alcuna con il regista di Mulholland Drive e Twin Peaks, John Carroll Lynch (che abbiamo avuto modo di apprezzare come attore in film che vanno da Gran Torino di Eastwood a Shutter Island di Scorsese, da Frago dei Coen a Zodiac di Fincher e fino a Crazy, Stupid, Love di Ficarra e Requa) sembra voler omaggiare anche il suo cinema dentro il piccolo Lucky, opera che mette in scena un’America di provincia, bucolica, atea e repubblicana, dove inserire un personaggio che non può prescindere in alcun modo dall’interprete che presta corpo, volto e voce: Harry Dean Stanton che, giunto ai novant’anni e con alle spalle una carriera brillante che non spicca però di un numero infinito di ruoli da protagonista, riesce a mettere dentro l’opera il suo essere ed omaggiare alcuni dei suoi personaggi per regalare una performance acuta e perforante in uno script che, se non spicca nell’originalità della trama né per la struttura (specie nel secondo atto e nella risoluzione) riesce a distribuire bene i silenzi e sa giocare a sottrarre, sostenuto da una regia che nella sua semplicità a tratti didascalica s’inserisce bene nel racconto del personaggio e nell’ambientazione da western moderno in cui si sviluppa.

Il personaggio poi interpretato da David Lynch è, inevitabilmente, un momento di auto-analisi per il nostro protagonista chiara e lucida e la metafora (forse fin troppo semplice) che propongo viene sviluppata bene da uno script che non vuole essere mai stucchevole e che non spinge mai sulla comicità o sulla commozione risultando equilibrato e sobrio.

É nella voce e nello sguardo, oltre che nell’utilizzo del corpo, di Stanton che Lucky si concentra ed è lì che tocca le vette più alte ‘semplicemente’ inquadrando l’immersione che l’attore maturo fa del suo personaggio fino a toccare il cuore dello spettatore dentro questo racconto classico, arcaico, sincero e necessario.

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