2:22 – Il destino è già scritto

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Esce nelle sale il prossimo Giovedì 29 Giugno l’opera seconda del regista australiano Paul Currie che, dopo One Perfect Day (2004), torna raccontando di un triangolo amoroso intriso in un giallo introspettivo: 2:22 – Il destino è già scritto.

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2:22 – Il destino è già scritto

Dylan Boyd (Michiel Huisman; Wild, Adaline – L’eterna giovinezza) è un controllore di traffico aereo che, in un momento di distrazione sul lavoro, finisce per far quasi schiantarne due dentro al quale si trova anche Sarah (Teresa Palmer; Point Break, Warm Bodies), con cui successivamente innesta un’empatia forte che pare legarla ad una serie quotidiana di eventi che il ragazzo subisce e che sembrano riguardare loro e il Central Station di New York.

Trailer del film “2:22 – Il destino è già scritto”:

La Matassa

Quando il climax del film viene raggiunto dopo solo quindici minuti dal suo inizio senza mai più essere raggiunto allora alla base della storia c’è qualcosa di sbagliato. La seconda prova di Paul Currie non spicca per capacità di regia né di certo per la scrittura (di Todd Stein e Nathan Parker). In ultimo, gli attori tentano di rendere verosimile e credibile una materia che di base risulta austera e mal amalgamata e che porta gli stessi interpreti a risultare drammaticamente fuori contesto dentro una New York visibilmente ricostruita, in una composizione che sa molto di anni ‘90.

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Una scena di 2:22 – Il destino è già scritto

L’idea alla base può risultare anche interessante (un giovane uomo che inizia a diventare ossessionato da una serie di eventi che gli accadono giornalmente, sempre alla stessa ora, e in cui si sembra leggere un messaggio comune in cui la stessa vita del nostro protagonista è coinvolta) ma è la messa in scena e l’idea di regia a risultare per nulla originale e a riportare nell’insieme il progetto ad esser un (buon) film televisivo da passare in seconda serata piuttosto che un film da grande schermo (non a caso l’uscita estiva).

L’apertura verso un intreccio hitchcockiano è palese ma sarebbe una bestemmia accostarlo a quel tipo di costruzione, il commento sonoro abbonda per spingere lo spettatore a raggiungere un certo climax emotivo, la fotografia patinata, un montaggio spesso intento a sottolineare una drammaticità che, nell’insieme, risulta kitch e che porta 2:22 – Il destino è già scritto ad essere un piccolo film neanche riuscito a metà, con un epilogo a cui lo stesso protagonista arriva a metà film e per cui allo spettatore rende solo la noia di qualcosa che poteva tranquillamente evitare di vedere, in un film dall’intreccio improbabile, prevedibile e dall’assenza di caratterizzazione che portano quindi ad una mancanza di legame emotivo tra lo stesso spettatore e i personaggi che vengono raccontati.

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