Il palcoscenico del Teatro Piccinni, nell’ambito della stagione 2025/26 con Puglia Culture, ha accolto People, Places and Things, il testo di Duncan Macmillan portato in scena con la regia di Pierfrancesco Favino e l’interpretazione intensa di Anna Ferzetti. Uno spettacolo potente e spiazzante.
People, Places and Things
La vicenda segue il percorso di una donna (Anna Ferzetti) che entra in un centro di riabilitazione per dipendenze, costretta a confrontarsi con se stessa e con le proprie maschere. Il testo evita ogni retorica e costruisce un racconto frammentato, fatto di scarti, contraddizioni e verità parziali: la guarigione non è un traguardo lineare, ma un campo di battaglia interiore.
La regia di Favino privilegia un linguaggio asciutto, quasi chirurgico. Le scene si susseguono con ritmo serrato, alternando momenti corali a improvvisi vuoti di silenzio. Lo spazio scenico, essenziale e mobile, diventa luogo mentale prima ancora che fisico: una stanza di cura che si trasforma in labirinto emotivo, dove i confini tra controllo e perdita si assottigliano.
L’uso delle luci e dei suoni accompagna i cambi di stato della protagonista, sottolineando la tensione tra ciò che viene detto e ciò che resta taciuto. La messa in scena non offre conforto, ma pretende attenzione: lo spettatore è chiamato a restare dentro la ferita, senza scorciatoie.
Anna Ferzetti: una prova di grande intensità
Anna Ferzetti sostiene lo spettacolo con una performance che unisce fragilità e determinazione. Il suo personaggio è continuamente in bilico tra lucidità e autodifesa, tra confessione e fuga. L’attrice costruisce un arco emotivo credibile, evitando l’enfasi e puntando su un realismo nervoso che rende ogni scatto, ogni esitazione, parte di un racconto autentico.
Nel lavoro corale che accompagna la protagonista, spiccano le interpretazioni di Thomas Trabacchi e Totò Onnis, capaci di dare corpo e voce a figure che non restano mai semplici funzioni narrative.
Trabacchi costruisce un personaggio controllato e ambiguo, in equilibrio tra autorità e vulnerabilità, restituendo con precisione il confine sottile tra cura e disciplina; Onnis porta invece in scena una presenza più irregolare e istintiva, fatta di esitazioni, slanci improvvisi e ironia amara, che contribuisce a rendere il gruppo dei pazienti un organismo vivo e credibile.
Accanto a loro, l’intero ensemble dimostra una notevole compattezza: gli altri interpreti, nei ruoli di terapeuti e degenti, lavorano su un registro misurato e realistico, evitando stereotipi e costruendo una rete di relazioni che sostiene la protagonista senza mai appiattirsi sullo sfondo. Ne nasce una coralità fatta di contrasti e rimandi, in cui ogni personaggio diventa specchio, ostacolo o controcanto emotivo, rafforzando il senso di autenticità e la tensione drammaturgica dello spettacolo.
People, Places and Things – Un teatro che interroga
People, Places and Things non è uno spettacolo consolatorio. È un’opera che chiede al pubblico di misurarsi con il tema dell’identità, del dolore e della possibilità di cambiare ed emerge un ritratto complesso della dipendenza come problema individuale e, insieme, collettivo.
Uno spettacolo che resta addosso e continua a lavorare anche dopo il sipario.
