The Master, capolavoro o flop?

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Esce domani nelle nostre sale The Master il nuovo film di Paul Thomas Anderson. Due dei nostri collaboratori lo hanno visto in anteprima e ne danno opinioni diametralmente opposte.

The Master, la conferma di un talento

di Davide Cinfrignini

Freddie è instabile, sessualmente deviato, genuinamente violento, un tornado di contraddizioni che si abbatte su Lancaster e sulla sua famiglia; da subito percepito come un pericolo, una mina vagante difficile da controllare, soprattutto dalla moglie di Lancaster, Peggy, la vera Iron Lady della vicenda. Prima utilizzato come cavia per gli esperimenti di Lancaster, Freddie riuscirà ad avanzare nelle gerarchie fino a divenire il vero e proprio “braccio armato” della Causa.

Lancaster è un Capo Carismatico, esuberante, razionale e sicuro di sé in pubblico, desideroso di controllare la sua parte oscura nel privato, ingabbiandola nelle reti della Logica, alla ricerca di una via d’uscita dalle delusioni del presente, cerca di scovare i misteri dell’esistenza custoditi tra le maglie fittissime di possibili vite passate/alternative.

I primi 15 minuti aprono uno squarcio.

I movimenti di macchina indagano la mente e il volto dilaniato di Joaquin Phoenix, muovendosi nel tempo e nello spazio, attraverso piccoli ma significativi momenti di vita vissuta, contribuendo così a creare da subito un personaggio tridimensionale.

Una fuga, una nuova (l’ennesima) ricerca di una via alternativa per costruirsi un futuro reale (e idealizzato), quello prospettato alla fine della guerra. Due mondi psicologicamente frastagliati, cinematograficamente imprevedibili, collidono in uno strano rapporto di attrazione-repulsione. Motore e valvola di innesco della vicenda è il primo incontro/scontro verbale tra i due protagonisti risolto da un campo -controcampo monumentale e interrotto da striature oniriche.

Paul Thomas Anderson conferma il suo incredibile talento visivo (la passione smisurata per i lunghi piani sequenza, le complicate focalizzazioni, i primi piani lancinanti) sorprendendo per la ricerca spasmodica di una solidità drammaturgica senza eguali e un attenzione maniacale ai dettagli e alla ricostruzione storica dell’epoca, costruendo parabole cinematografiche che sono soprattutto umane.

Formalmente rigoroso, The Master scandaglia le psicologie di tre esseri umani all’apparenza imperscrutabili, a cui sono donate interpretazioni di finissimo naturalismo umano. Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix costruiscono le loro performance in maniera antitetica ma funzionale, confermando di essere due dei maggiori talenti attoriali negli Stati Uniti; Amy Adams è la vera sorpresa, il talento in ascesa che riesce a mettersi in mostra e ritagliarsi il proprio spazio vitale accanto alle interpretazioni di due giganti assoluti.

The Master, un flop degno di Scientology

di Igor Riccelli

America del Secondo Dopoguerra. Paul Thomas Anderson ci racconta la storia dell’ex reduce della Marina Freddie (Joaquin Phoenix) che, tornato a casa dopo la guerra pieno di turbe psichiche e problemi fisici, incontra la Causa e il suo leader carismatico, Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman).

Quando si recensisce un film, sono molti gli elementi che concorrono al giudizio finale ma, per semplificare, possiamo far riferimento a due grandi categorie: la confezione, che si declina in sceneggiatura, montaggio, fotografia, ecc… e il contenuto, ossia i temi affrontati e la maniera in cui vengono presentati. The master, annunciato come un vero e proprio capolavoro, presenta l’inaspettata caratteristica di essere una scatola decentemente decorata, ma eccezionalmente vuota al suo interno.

Il mondo che contrappone povertà e ricchezza, arrivismo sociale e duro lavoro nei campi, è quello di un’America degli anni ’50, appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, che vive in maniera esplosiva la rivalutazione delle capacità dell’essere umano e del controllo sul proprio destino. Premesse – in teoria – assolutamente interessanti per raccontare le vicende di Ron Hubbard, nel film Lancaster Dodd, e della nascita di una delle più grandi e remunerative truffe degli ultimi cinquant’anni, al secolo Scientology.

Peccato che The master ci proponga 137 minuti di sceneggiatura, a parte un paio di frasi da ricordare, che non trova mai un centro intorno a cui svilupparsi. In altre parole, oltre alla diretta conseguenza della noia, al termine della visione non si capisce proprio cosa Paul Thomas Anderson, regista che ha dalla sua pellicole come Boogie Nights (1997) e Magnolia (1999), ci voglia comunicare e soprattutto utilizzando più di due ore della nostra preziosa giornata.

Gli unici due elementi da salvare sono la fotografia e la prova dei due istrionici attori. Per quanto riguarda la prima, da notare la scelta – molto costosa e per questo sempre più rara – di girare con una pellicola da 65mm, che conferisce a The master un look vintage, con i colori saturi che ricordano alcuni film di Hitchcock (La donna che visse due volte e Intrigo internazionale).

Per quanto riguarda la recitazione invece ci sarebbe poco da dire, ma a volte repetita iuvant: i personaggi interpretati da Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman, a mio parere uno dei migliori attori in circolazione, sono intensi, sfaccettati, furiosi persino. In particolare Freddie, ci regala un Joaquin completamente trasfigurato, dimagrito all’inverosimile, che a tratti ha delle peculiarità ferine, animalesche.

Esclusi questi due elementi, il resto si configura come un vero e proprio pacco cinematografico. Il ritmo è lentissimo, la trama praticamente inesistente e, ad aggiungere tristezza all’insieme, una colonna sonora – firmata da Johnny Greenwood, stimato chitarrista dei Radiohead – che concilia pericolosamente l’assopimento, sempre comunque in agguato.

Riassumendo, un’occasione sprecata, soprattutto considerando le buone premesse, il talentuoso regista e i due capisaldi e stellari Phoenix e Seymour Hoffman. Non andate a vederlo (e non aspettatelo neanche in homevideo).

Alcune clip dal film

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