Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, Germano è Ligabue

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Si nasconde già nella prima sequenza Antonio Ligabue, interpretato da Elio Germano nel biopic di Giorgio Diritti, intitolato appunto Volevo nascondermi.

Volevo nascondermi
Volevo nascondermi

Volevo nascondermi

Attraverso l’occhio che spunta da un telo con cui si è coperto, vediamo l’interno di uno studio medico, alla parete una foto di Mussolini; come un sipario sul personaggio, quel telo viene giù un po’ alla volta per mostrare la vita di Ligabue nei primi ventanni, suoi e del ‘900. Figlio di padre ignoto, Ligabue viene affidato ad una coppia di anziani, che potrà così contare sui soldi del sussidio per vivere nella Svizzera tedesca di quegli anni; è un ragazzo difficile, di una bruttezza impietosa che lo isola dagli altri e lo porta a sviluppare un’indole solitaria, muta ed animalesca, violenta ma solo verso se stesso.

Respinto anche dalla famiglia adottiva, “il tedesco” arriva a Gualtieri, rintanandosi però nei boschi in compagnia dei soli animali; la fortuna, quel Dio che il pittore dirà non esser buono con lui o il semplice caso, lo farà incontrare con un artista facoltoso – Marino Mazzacurati – che gli darà una casa e contribuirà alla sua riabilitazione, umana ed artistica.

Volevo nascondermi: il trailer

Quella di Ligabue è una storia così forte da sembrare inventata: un mostro isolato da tutti perchè brutto e diverso, che finisce per assomigliare sempre più agli animali che tanto ama ma si rivela alla fine un artista geniale.

Un uomo immensamente solo, che parla alle bestie imitandone i versi e cercando di dar loro vita attraverso i suoi quadri, che dipinge con un trasporto fisico, corporeo, come se volesse farsi possedere dagli animali per vedere con i loro occhi; creature che attraverso le sue opere divengono per lui reali e dalle quali fatica a separarsi: come quando dice alla tigre appena dipinta “Sei bella, troverai chi ti vuol bene”, oppure quando bacia la scultura del leone prima di sacrificarlo, tagliandogli la testa per portarla in spalla ad una esposizione.

Una pittura istintiva quella del “matto” Ligabue (la madre gli diceva di avere un diavoletto nella testa che deve uscire), che mette nei suoi quadri quello che la vita non gli ha dato (una donna, che dipinge perché gli faccia compagnia nel bosco) o gli ha tolto (una bambina che era stata gentile con lui) e che distrugge in preda ad una crisi quando non vengono apprezzati.

Siamo tutti animali

Volevo nascondermi si presenta come una pellicola non facile, faticosa e respingente: il grigiore del sanatorio e quello del manicomio, della nebbia della campagna e dell’umidità del bosco, sono atmosfere che pervadono il film di una tristezza miserabile che finisce per molestare anche lo spettatore.

Sul solco tracciato dal cinema italiano più impegnato, Volevo nascondermi ricorda anche film come L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi e Novecento di Bernardo Bertolucci: complici sicuramente le ambientazioni contadine ed il ricorso al parlato dialettale, ma c’è di più.

Quello di Giorgio Diritti è uno stile duro, freddo, spoglio, fatto di immagini dai contorni spesso (troppo) sfuocati, che contribuiscono a dargli un taglio documentaristico quasi amatoriale (ma c’è anche qualche concessione allo spettacolo, non molto coerente con il registro povero del film). Mischiando l’impianto realista del cinema nostrano ai documenti video esistenti, racconta una storia già forte e, per la verità, anche già scritta: ai citati video, che contengono gli episodi attraverso i quali si è costruito il film, si aggiunge l’ascendente televisivo, lo sceneggiato degli anni ’70 con Flavio Bucci nella parte del pittore.

In un’epoca come la nostra, che anche nel cinema ripesca sovente nel passato, Volevo nascondermi ha il pregio – oltre che la furbizia – di aver scelto bene cosa pescare. Non è però un contatto facile quello con il protagonista, nonostante l’interpretazione ineccepibile di Elio Giordano o, forse, proprio per questo: Ligabue puzza e schiamazza, è brutto e mezzo matto ed ha un’umanità esasperante ed insopportabile che la regia non sembra in grado di domare veramente. Il film gira attorno ad una serie di episodi che sembrano restare troppo slegati fra loro, senza riuscire a trovare né compattezza né vera ispirazione: Diritti prova diversi bozzetti sulla vita del pittore ma non trova la giusta misura per realizzare il quadro.

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