Incontro con Shirin Neshat, la regista iraniana di “Donne Senza Uomini” (prima parte)

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Alla vigilia dell’uscita italiana di “Donne Senza Uomini” (Leone d’Argento all’ultima mostra di Venezia), Shirin Neshat la settimana scorsa ha fatto un giro di presentazione del film nelle principali città del nostro paese. Il primo incontro si è tenuto il 6 marzo a Bologna presso il Mambo (Museo d’Arte Moderna di Bologna): una location appropriata, dato che la Neshat è famosa fino ad oggi soprattutto come artista visuale.

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“Donne Senza Uomini” segna infatti il suo primo impegno in campo cinematografico, e per questo l’incontro ha dato modo soprattutto di riflettere sulle specificità di tale linguaggio rispetto a quelli della fotografia e della videoarte. Ma al di là di questo, considerando anche il recentissimo arresto a Tehran di Jafar Panahi (a sua volta Leone d’Oro nel 2000 per “Il Cerchio”), era inevitabile che si parlasse anche dell’attuale situazione iraniana.

Ciò che segue non è la trascrizione letterale, ma un riassunto delle cose dette da Shirin Neshat in questa circostanza. L’ho raggruppato per argomenti principali, e in questa prima parte affronteremo il primo:

Il passaggio dalla videoarte al cinema

Che rapporto c’è fra il tuo più conosciuto lavoro di artista, e la più recente esperienza registica?

Il cinema è più vicino al pubblico, perché non hai bisogno di un’educazione per comprenderlo (come invece nell’arte contemporanea). Il cinema è per sua natura è più vicino alla cultura popolare, mentre l’arte contemporanea si basa su concetti enigmatici. Ho scelto di girare un film perché in me c’è un’attivista che vuole portare il suo lavoro più vicino alla base, però questa transizione è stata più difficile del previso: occorreva passare dal concetto astratto alla narrazione di storie, e mi ci sono voluti anni per trovare l’equilibrio giusto. Anche perché in una galleria d’arte si resta davanti a un’opera per pochi secondi, al massimo un paio di minuti, mentre in un cinema devi mantenere l’attenzione dello spettatore per un’ora e mezza.

Inoltre ho scelto un romanzo complesso, che unisce magia e realismo, politica e storia. Di sicuro “Donne Senza Uomini” non è un film perfetto, ho fatto molti errori, anche se questo non dovrei dirvelo! E sono fiera del risultato, perché per me è un passo in avanti. Spesso gli artisti contemporanei vengono indotti a ripetere all’infinito un determinato stile riconoscibile, ma per me questo sarebbe terrificante: sono una che si stanca molto presto delle cose. Gli artisti hanno il dovere di cambiare, di reinventare se stessi, di assumersi dei rischi e sfidare il proprio stesso pubblico. Anche il fallimento è parte del processo creativo, in questo senso. E tutto ciò si ricollega al contenuto stesso di “Donne Senza Uomini”, le cui protagoniste hanno in sé questa voglia di cambiamento.

Ecco il trailer italiano del film:

Leggi qui la seconda parte dell’intervista alla regista iraniana Shirin Neshat.

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