Rain Man: non l’hai ancora visto?

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La rubrica “Evergreen: non l’hai ancora visto” ci porta alla scoperta di film intramontabili. Scopri il perché, almeno una volta nella vita, bisogna vederli. Oggi parliamo di Rain Man.

Film del 1988 diretto da Barry Levinson (il regista de L’uomo dell’anno, Good morning Vietnam e del più recente Rock The Kasbah), Rain Man non è certo passato inosservato nel panorama cinematografico dei primi anni Novanta.

Oltre a essersi aggiudicato l’orso d’oro al Festival internazionale del cinema di Berlino nel 1989, è stato vincitore di quattro premi oscar: miglior regia, miglior film, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale.

Proprio alla sceneggiatura originale ideata dalle menti felici di Ronald Bass e Barry Morrow, unita alla sensibile e al tempo stesso incisiva capacità di regia di Levinson, è in gran parte da attribuire la perfetta riuscita della pellicola.

Sebbene la trama non sia particolarmente vivace di eventi, sono le prospettive – inizialmente antitetiche – dei due protagonisti del film, a invadere integralmente il campo.

Charlie (Tom Cruise) è un giovane commerciante di automobili in crisi; Raymond (Dustin Hoffman), detto Rain Man per l’assonanza del nome Raymond con Rain, è un uomo emotivo ed enigmatico con la sindrome del Savant, condizione che talvolta predispone i soggetti che la manifestano a straordinarie capacità di calcolo e memoria.

Non è un caso che una delle scene più celebri e impressionanti del film riguardi i due protagonisti, Charlie e Raymond, in un casinò alle prese col blackjack. Esattamente in questa circostanza Raymond svela a Charlie e all’intero pubblico del casinò le sue strabilianti abilità, riuscendo ripetutamente a vincere.

Se infatti il blackjack classico prevede numerose opzioni di calcolo, la straordinaria capacità del protagonista sta nel riuscire a calcolare in ogni momento la migliore strategia di gioco.

È Raymond il protagonista assoluto del film, l’apparentemente impenetrabile uomo della pioggia che gradualmente riuscirà ad aprire la vita di Charlie a più sfumature e colori.

Dopotutto di cos’è che ci parla Rain Man, se non di un viaggio?

rain man

Un viaggio all’insegna della diversità, della ricerca, della scoperta dell’Altro. La formula del road-movie è caricata qui proprio di questo intento. In autostrada – i due protagonisti sono costretti a viaggiare in auto a causa dell’aerofobia di Raymond – su un’auto d’epoca, tappa dopo tappa, Charlie e Raymond allentano i loro confini.

Cessano di essere l’uno per l’altro un’isola inaccessibile, e lentamente i loro complessi universi scavano una via di comunicazione.

Il motivo del viaggio diviene quindi metafora di un più vasto e profondo percorso. Un itinerario all’interno e fuori di sé che sia Charlie che Raymond sono in qualche modo obbligati a percorrere.

Per Il mondo di Raymond, chiuso e confinato tra i rituali delle abitudini, si tratta di uscire più allo scoperto. Fare capolino in una vita che naturalmente continuerà a conservare il sapore duro delle difficoltà, ma anche e soprattutto quello più leggero e trascinante del divertimento e del farsi compagnia (memorabile la sequenza del bacio tra Raymond e Susanna, interpretata da una intensissima Valeria Golino agli esordi).

Per Charlie, preso esclusivamente dalle sue mire velleitarie, si tratterà di compiere un percorso con qualche gradino in più di verticalità.

L’esperienza di condivisione con Raymond si trasformerà infatti in una sorta di ‘trasvalutazione’ di ogni valore. L’occasione di stabilire una connessione emotiva con Raymond fungerà da ponte per aprirsi ad un nuovo modo di vedere il mondo.

Il mettersi in gioco a tutti gli effetti illuminerà l’esistenza di Charlie di tutta un’altra luce.

Magistrale l’interpretazione di Dustin Hoffman nei panni del toccante uomo della pioggia. Un personaggio che sarà difficile rimuovere dalla memoria collettiva della storia cinematografica degli anni Novanta.

Un film e un ruolo che in un mondo che continua a vivere e consumarsi tra stereotipi e perfezione apparente può ancora indicarci dove e come guardare.

Perché se è vero ciò che John Donne ci ricorda in una sua struggente poesia, «nessun uomo è un’isola, completo in se stesso».

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