Midsommar – Il villaggio dei dannati: la mezza estate di Ari Aster

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Midsommar – Il villaggio dei dannati è un film del 2019 diretto da Ari Aster. Fanno parte del cast: Florence Pugh, Jack Reynor, Will Poulter, William Jackson Harper e Vilhelm Blomgren.

Midsommar - Il villaggio dei dannati
La locandina di Midsommar – Il villaggio dei dannati

La pellicola, ben accolta dalla critica, ha avuto successo anche dal punto di vista commerciale, incassando più di 40 milioni di dollari.

Midsommar – Il villaggio dei dannati

Dani e Christian stanno attraversando un periodo di crisi: la relazione tra i due è ridotta ai minimi termini e si trascina stancamente ormai da tempo. Come se non bastasse, la sorella della protagonista si suicida, portando con sé anche i genitori. Per Dani, l’unico modo di provare ad allontanarsi dai traumi e dalle difficoltà, è quello di intraprendere un viaggio insieme al fidanzato e agli amici. La meta prefissata è Hårga, un villaggio svedese abitato da una comunità particolarmente legata al folclore e alle tradizioni locali. In un primo momento tutto scorre liscio, ma la luce che si staglia sul borgo sembra celare culti misteriosi e ripugnanti.

Trailer ufficiale di Midsommar – Il villaggio dei dannati

L’amore ai tempi del Midsommar

Dopo Hereditary – Le radici del male, il regista statunitense abbandona il dramma familiare per concentrarsi sul melodramma sentimentale. Ovviamente, sarà l’orrore a contornare violentemente un rapporto consumato, aggrappato a un filo flebile e in procinto di spezzarsi. L’armonia della coppia è compromessa: uno non riesce a trovare il coraggio di lasciare la partner in un momento così delicato, l’altra è devastata dal lutto e perciò, più vulnerabile. Col proseguire della vicenda, i non detti, le bugie e l’egoismo contamineranno poco a poco il legame dei giovani, fino allo straziante epilogo.

Midsommar - Il villaggio dei dannati
Dani e Christian

Lo studio sul folclore di Hårga

Il cineasta ha impresso su pellicola usi e costumi delle comunità svedesi, studiando con particolare attenzione l’evento di mezza estate. Quest’ultimo ha origini pagane, ma con l’avanzare del cristianesimo, si è fuso con la festa di San Giovanni. Come mostrato nell’opera, durante la celebrazione viene issato il Majstång, un palo la cui funzione richiama alla fertilità della terra. Intorno a esso si canta e si balla, in compagnia del buon cibo e di bevande alcoliche. Il lungometraggio si sofferma poi sugli abiti e la vegetazione: a capeggiare sono le favolose vesti bianche indossate dalla comune, ciascuna delle quali, caratterizzata da una runa che specifica il tratto distintivo del personaggio. Gli indumenti elaborati sorreggono una corona di fiori variopinta, sconfinando in un’esplosione di colori suggestiva e dirompente. Grande importanza è rivolta ai banchetti: l’autore cattura con lunghe inquadrature dall’alto, le interminabili e intrecciate tavolate, ricche di pietanze e beveraggi di qualsivoglia tipo. Da ciò si evince che il contesto che fa da sfondo alla vicenda, non è da considerare tale. Anzi, l’immaginario illustrato da Aster abbraccia la narrazione, si amalgama fortemente ad essa creando un impasto cinematografico a dir poco corposo.

Il banchetto del villaggio

Antropologia e accettazione

Il gruppo di giovani americani è formato da aspiranti antropologi: ognuno di essi difatti, prosegue gli studi per la laurea. In principio, i medesimi osservano con interesse i rituali della popolazione, tanto che lo stesso Christian afferma di voler svilupparci la tesi. Quando però, le cerimonie cominceranno a concludersi brutalmente, sfuggendo alla logica occidentale dei personaggi, il tutto prenderà una piega ancor più sinistra. Il punto è proprio questo: la comune percepisce come ordinarie alcune celebrazioni. La concezione che detiene nei confronti della morte, infatti, assume connotati che si distanziano fortemente rispetto a quella contemporanea. Il susseguirsi delle stagioni scandisce la vita dell’individuo, il quale terminerà la propria parabola accettando pienamente la fine del viaggio. Oltre al concetto di morte, ciò che differenzia la comune dai characters, è il modo in cui viene concepito lo scopo dell’esistenza. Se da una parte esso è collegato strettamente al benestare della collettività, dall’altra viene offerto un quadro che sintetizza appieno l’edonismo dell’uomo, votato al puro interesse personale.

Midsommar - Il villaggio dei dannati
Uno dei rituali nel film

Lo storytelling di Aster

Come per l’opera precedente, il regista adotta una scrittura che fa dell’incapsulamento una chiave di volta. Infatti, le azioni dei personaggi risultano in qualche modo guidate, anticipate da disegni sulle mura o per mezzo di affreschi nel dormitorio. Che sia la sorte o qualcun’ altro, i protagonisti mutano nuovamente in marionette, i cui fili vengono mossi con crudeltà. Gli eventi, preannunciati con esattezza e ricchezza di particolari, imbastiscono un grottesco gioco con lo spettatore: lo stesso, nonostante sia al corrente della risoluzione di alcune sequenze, sarà comunque entusiasta del come si giungerà alla conclusione. E non potrebbe essere altrimenti aggiungo; Aster piega la sceneggiatura al proprio volere, confermando di saper padroneggiare l’intreccio e i conseguenti snodi narrativi. L’effetto ottenuto è quello di una mente dietro le quinte, impegnata a concretizzare una visione lungimirante alla quale neanche il fruitore può sfuggire.

Il primo affresco della pellicola

Un’illuminante opera artistica

Tirando le somme, Midsommar – Il villaggio dei dannati racconta di una lenta agonia (i 147 minuti di girato ne sono la testimonianza). Aster narra con estrema consapevolezza il disfacimento di un rapporto, portando allo stremo i protagonisti. Il lume della ragione abbandona pian piano gli stessi, viceversa la luce del sole, sembra stendersi sempre più sulla valle di Hårga. Il contrasto che ne scaturisce, evoca una sensazione di sospensione, accomunabile al piano onirico. Ma non c’è solo questo in pellicola: il film di fatto abbraccia più sottogeneri, passando dal grottesco allo slasher, dallo splatter al body horror con costanza e cognizione di causa. Le citazioni ad “Halloween” o a “Non aprite quella porta“, fanno da contrappeso a quelle di The Wicker Man” e Bergman, facendo del progetto un complesso organico e stratificato. In sintesi, la seconda fatica di Aster è simbolica e destinata a far parlare di sé negli anni. Densa di allegorie e chiavi di lettura, la produzione s’interessa nuovamente ai rapporti umani, narrando gli orrori a cui un’amore ormai malato, può portare.

Grazie per l’attenzione. Continua a leggere gli articoli della rubrica-horror da me curata.

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