Speciale intervista: Alessandro Piva parla di ‘Henry’

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E’ uscito lo scorso 2 marzo Henry, terzo lungometraggio del regista Alessandro Piva il quale,  per l’occasione, è venuto a presentarlo a Bari, città a cui è molto legato. Nell’articolo i video e le foto della conferenza stampa.

Locandina del film

E’ Roma la location di Henry, l’ultimo film di Alessandro Piva ma Bari il regista ce l’ha nel cuore visto che è la città dove ha girato Lacapagira e Mio Cognato. Ed è proprio a Bari che ha voluto raccontare questa sua ultima avventura. Presentato al festival di Torino 2010 e vincitore del premio del Pubblico, Henry, nonostante il riscontro positivo ottenuto (di cui il premio ne è la prova), ha dovuto aspettare più di un anno per raggiungere il pubblico in sala ed è un vero peccato.

Thriller e noir alla Tarantino, il film ti tiene infatti incollato alla sedia grazie ai suoi protagonisti grotteschi e surreali, eppure così veri, immersi in una Roma dalla fotografia livida e sfuggente, lontana da quella più nota e marcatamente turistica. Ma chi è Henry? Ce lo raccontano gli stessi personaggi, all’interno di piccoli sketch che sembrano interrogatori polizieschi. E così, come in una spirale, Piva accompagna, insieme allo spettatore che già sa, i due poliziotti verso la verità e l’epilogo finale.

Bravissimi tutti i protagonisti, a partire da una svampita Carolina Crescentini ed un confuso Michele Riondino fino ad arrivare alla coppia di poliziotti Claudio Gioè/Paolo Sassanelli e a Pietro De Silva, ottimo attore che purtroppo il cinema italiano non ha ancora valorizzato a sufficienza.

Il regista Alessandro Piva

La nascita del film

Ma, senza dilungarmi oltre, lascio la parola al regista Alessandro Piva, che così ha raccontato la genesi del film a partire dall’omonimo romanzo di Giovanni Mastrangelo:

Del libro ho preso i monologhi che costellano la narrazione e che in un romanzo ci possono stare, sono meno infrequenti, ma in un film sono difficili. Quei monologhi però erano la parte che mi affascinava di più del romanzo e l’ho usata per poter fermare la storia con questi incisi e dare una certa originalità al racconto.

Per il resto la struttura del libro era abbastanza aperta e mi ha consentito di inserire le mie immagini di Roma che sono la metafora di questa città che scorre ininterrotta, è indifferente a tutto e non si fa conoscere.

Queste invece le parole di Antonella Gaeta, Presidente di AFC, che ha presenziato la conferenza:

Quella di Alessandro Piva rappresenta un’esperienza pionieristica. Con Lacapagira Piva ha indentificato un movimento del cinema pugliese perchè è stata un’opera prima coraggiosa per la quale ha anche vinto un nastro d’argento come miglior regista esordiente. A partire da quel film il resto dell’Italia ha cominciato a guardare la puglia come location cinematografica.

Che Piva sia fortemente legato alla Puglia lo dimostra anche il fatto che il cast artistico e tecnico sia in gran parte pugliese. Ecco la spiegazione del regista:

Michele Riondino, l’opinione del regista

Michele che adesso è una star assoluta anche per via del Montalbano televisivo è un attore abbastanza sui generis. Sono convinto che molto attori avrebbero rinunciato ad una parte del genere perchè di spessore troppo piccolo e invece anche un ruolo apparentemente marginale nel film ha un ruolo per me assoluto.

Questo Michele l’aveva capito ed infatti ho dedicato a lui la parte finale del film anche grazie all’intensità e all’onestà con la quale ha approcciato questo personaggio difficile e complesso.

Claudio Gioè e Paolo Sassanelli: i due poliziotti

La difficoltà del cinema d’autore italiano e la stanzetta

Pur avendo vinto il premio del pubblico al TFF 2010, Henry è uscito solo oggi. Ecco come Alessandro Piva ha risposto alla mia domanda sul perchè i distributori abbiano così poco coraggio nel distribuire film d’autore:

In media si può dire che solo circa 20 film su 100 dei film prodotti in Italia escono in sala. Io però sono contento di come è uscito, numericamente non farà grandi numeri (esce solo in 10 sale in tutta Italia n.d.r.) però ho già i primi segnali del sostegno ricevuto da una certa stampa e da un certo pubblico che interessa a me. Certo se i distributori hanno paura è un problema nostro.

Però il cinema è un’industria che sta facendo i conti con un cambio culturale, generazionale e tecnologico. Dobbiamo renderci conto che la sala non è più centrale. A me non interessa se il mio film lo vedano sull’ipod, sull’ipad o in sala, mi interessa che il pubblico si emozioni.

Noi stiamo facendo i conti con un momento di passaggio, in sala ci va sempre meno gente, sempre più vecchia, tanto che è diventato più importante lo spettacolo del pomeriggio. Sono contento che il film esca perchè voglio bypassare di questo collo di bottiglia per poi dargli una forma alternativa.

Nelle note di regia Piva afferma che Henry vuole scassinare la serratura della stanzetta nella quale si è fatto rinchiudere il cinema italiano:

La stanzetta è quella di un cinemino italiano un po’ autoreferenziale che non si guarda attorno con la dovuta curiosità. In particolare io penso a Roma che è una città densa piena di contraddizioni nella quale noi non romani che ci arriviamo viviamo una strana condizione, sembriamo coccolati ma allo stesso tempo respinti isolati.

Il cinema italiano assomiglia a Roma, la città che lo ospita per elezione, nel nostro mondo si dice due camere e cucina per dire un filmetto girato alla bell’e meglio con i 4 soldi che si sono rimediati. Il nostro cinema sembra culturalmente in una stanzetta. Ovviamente sto parlando per slogan nel senso che nella citazione che è riportata ci sono anche le ‘rare e felici fughe‘ cioè quei film che ci ricordano che siamo vitali e questo ci fa proseguire nel nostro mestiere.

Cerò c’è uno strano avvitamento tra chi decide che film fare chi li fa e con chi si fanno i film, una spirale un po’ pericolosa che porta il nostro cinema ad essere sempre più somigliante a se stesso piuttosto che al mondo che lo circonda.

A me stanno dicendo che il mio film è molto attuale nonostante sia stato pensato diversi anni fa. Un regista deve saper guardare avanti: quando fai dei film devi essere pronto ad immaginarti che non lo presenti al pubblico quando è scattata la scintilla ma molto dopo, un po’ come fanno i designer di automobili che ti sfornano le auto del futuro 5 anni prima.

Un vaglio che facciamo spesso noi registi oggi, soprattutto con la tv che c’è oggi è proprio questa perchè tra la scrittura la ricerca dei soldi e tutto il resto bisogna farsi la domanda: ma questa storia resterà attuale?

Alessandro Piva con Antonella Gaeta, direttore di AFC

adattamento film/libro: ho preso i monologhi che costellano la narrazione e che in un romanzo ci possono stare, sono meno infrequenti era la cosa che mi affascinava di più del romanzo e l’ho usata. Poter fermare la storia con questi incisi mi sembra di poter dire hanno un loro senso ed una certa originalità nel racconto.
Per il resto la struttuta era abbastanza aperta e mi ha consentito di inserire le mie immagini di Roma ed è la metafora di questa città che scorre ininterrotta, è indifferente a tutto e non si fa conoscere.

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