Ritorno al tratturo

Speciale BIF&ST 2026 – Ritorno al tratturo: un viaggio nell’Italia dimenticata tra memoria e futuro

Con Ritorno al tratturo, il regista Francesco Cordio firma un documentario capace di raccontare con lucidità e sensibilità una parte spesso invisibile del Paese: quella delle aree interne come la regione del Molise. Al centro del progetto, la presenza di Elio Germano, che non è solo interprete ma vera guida narrativa di un viaggio che unisce dimensione personale e riflessione collettiva. Il film è stato presentato in anteprima al BIF&ST 2026 nella sezione per il cinema italiano – fuori concorso.

di Antonella Molinaro

Ritorno al tratturo

Ritorno al tratturo

Il documentario segue Elio Germano lungo i tratturi del Molise, antichi percorsi della transumanza che per secoli hanno collegato l’Europa al Mediterraneo. Attraversando territori tra le province di Isernia e Campobasso, l’attore incontra comunità locali, ascolta storie e osserva da vicino le trasformazioni di queste aree marginali.

Accanto a lui, figure impegnate nello sviluppo territoriale come il ricercatore Filippo Tantillo e la community manager Silvia Di Passio contribuiscono a costruire un racconto che intreccia passato e presente, tradizione e possibilità di rinascita.

Il film diventa così un percorso dentro un’Italia poco raccontata, segnata da spopolamento e carenza di servizi, ma ancora viva grazie a chi sceglie di restare o di tornare.

Ritorno al tratturo

Storie di resistenza – Il tratturo come simbolo

Ritorno al tratturo non segue una narrazione lineare tradizionale, ma si costruisce come un viaggio a tappe, fatto di incontri, testimonianze e paesaggi. Il tratturo diventa il filo conduttore simbolico: non solo un luogo fisico, ma un elemento culturale che rappresenta connessione, movimento e memoria.

Nel corso del documentario emergono storie di resistenza quotidiana: giovani che tornano alla terra, imprenditori agricoli, piccoli produttori e comunità che cercano nuove forme di sviluppo alternative ai modelli economici dominanti.

Allo stesso tempo, il film non nasconde le criticità: isolamento, mancanza di servizi essenziali, difficoltà burocratiche e marginalità politica diventano parte integrante del racconto

Il grande merito del film di Francesco Cordio è quello di evitare ogni retorica nostalgica. Il “ritorno” evocato dal titolo non è un rifugio nel passato, ma una scelta consapevole e, in molti casi, politica.

La regia è sobria, quasi invisibile, e lascia spazio alle persone e ai luoghi. Non ci sono forzature narrative: il racconto si sviluppa attraverso l’ascolto e l’osservazione, in linea con un cinema del reale che privilegia autenticità e profondità.

Elio Germano
Elio Germano

Fondamentale è il contributo di Elio Germano, che si muove nel film con discrezione, evitando protagonismi. La sua voce guida lo spettatore, traducendo temi complessi, come le politiche per le aree interne, in un linguaggio accessibile ma mai semplicistico.

Ritorno al tratturo è un documentario che invita a guardare altrove, lontano dai centri urbani e dalle narrazioni dominanti. Un’opera che parla di marginalità ma anche di possibilità, raccontando un’Italia fragile e resistente allo stesso tempo. Un film necessario, capace di stimolare domande più che offrire risposte, e proprio per questo destinato a lasciare il segno.

Ritorno al tratturo – Il trailer

Ritorno al tratturo – Intervista a Francesco Cordio

Francesco, il tratturo è una via antica, quasi una cicatrice sulla pelle del paesaggio. Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che quel percorso doveva diventare un film? È stato un incontro o un’esigenza personale di ritorno alle radici?

Non c’è stato un momento esatto, c’è stata una conversazione lunga, con Filippo Tantillo, che dura da anni. Lui studia le aree interne con la precisione dell’analista e la passione di chi ci crede davvero. A un certo punto ci siamo resi conto che stavamo parlando sempre delle stesse cose: luoghi dati per morti che invece pulsano, economie invisibili che funzionano, persone che resistono senza aspettare che qualcuno le aiuti. Il film è nato lì. Il tratturo è arrivato dopo come metafora e come luogo fisico. E poi c’è una ragione più personale: ho una figlia, e questo film lo sento anche come un messaggio per lei e per la sua generazione. Non è solo un film su altri: è anche una domanda che mi faccio ogni giorno su che mondo stiamo lasciando a chi viene dopo.

Francesco Cordio

Il ritmo della transumanza è dettato dagli animali e dal cammino. Come hai adattato il tuo linguaggio cinematografico a questo tempo lento, così diverso dalla frenesia del cinema contemporaneo?

Ho cercato di non adattarmi affatto nel senso che non ho tradotto la lentezza in estetica. Sarebbe stata la trappola più semplice e più sbagliata. Questi luoghi non sono contemplativi: Valerio si alza alle quattro, ha un fornello a gas, aspetta l’acqua da dieci anni. La lentezza del tratturo non è pace, è la misura di un conflitto. Renderla visivamente “lenta” avrebbe tradito le persone che racconto. Il montaggio di Gemma Barbieri e le grafiche di Gianni Caratelli tengono viva la tensione narrativa impediscono all’elegia di insinuarsi. Il tratturo come ritmo non significa rallentare lo sguardo: significa scegliere una misura diversa per giudicare le cose.

Hai dato voce ai pastori, custodi di un sapere che rischia di estinguersi. C’è una storia o una confidenza raccolta a telecamere spente che ti ha fatto vedere il tratturo in modo diverso?

In realtà nessuno ha mai fatto troppa distinzione tra telecamera accesa e spenta e Valerio meno di tutti. Non si è mai posto il problema. Quello che diceva davanti all’obiettivo era esattamente quello che diceva quando spegnevamo la telecamera. Nessuna posa, nessun filtro. È la persona più pura che abbia incontrato in questo film: non stava recitando sé stesso, era semplicemente sé stesso. Del resto uno che fa il formaggio clandestino in una stanzetta senza acqua corrente, alle quattro di mattina, non ha molto tempo da dedicare all’immagine che dà di sé. E girando con lui ho capito che il tratturo non è solo un percorso fisico: è anche un modo di stare al mondo che non prevede la mediazione. O ci sei, o non ci sei.

Filippo Tantillo
Filippo Tantillo

Girare in esterni, seguendo il movimento costante delle greggi, pone sfide tecniche enormi. Come hai gestito l’imprevedibilità del cammino? C’è stata un’inquadratura particolarmente difficile da “rubare” alla natura?

Il cinema documentario vive di imprevedibilità è la sua forza, non il suo limite. Ricordo il primo giorno di riprese: sotto una tettoia, nella stalla di Valerio, con la pioggia battente che rendeva quasi impossibile registrare qualsiasi cosa. Un’impresa. Filippo Bussi, che ha curato il suono, ha fatto un lavoro straordinario per restituire quell’ambiente senza che la pioggia divorasse tutto il resto. Quello che ho imparato girando in questi luoghi è che l’inquadratura migliore non la decidi tu: te la offrono le persone e gli animali, se hai la pazienza di aspettarla. E quella pazienza, alla fine, è la stessa che serve per vivere in un’area interna.

Il titolo parla di un “Ritorno”. Al termine delle riprese, cosa è tornato a te come uomo e come regista?

È tornata una certezza: che lo stipendio di un maestro in un paese piccolo, o di un medico di base, o di un presidio sanitario in un’area interna vale infinitamente di più di qualsiasi colata di cemento. Non è una questione sentimentale, è una questione economica, sociale, politica. Queste comunità tengono in piedi un pezzo di paese che altrimenti frana, nel senso letterale del termine. Come regista mi è tornata la convinzione che il documentario serve ancora, che ha ancora qualcosa da dire. Come uomo mi è tornata la conferma che la scelta che ho fatto, lasciare Roma, vivere in un’area interna, non era una fuga. Era un ritorno, appunto.

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