Lezioni di cinema: i fratelli Taviani – prima parte

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La nuova puntata delle lezioni dei grandi maestri del cinema è dedicata ai fratelli Paolo e Vittorio Taviani, grandi protagonisti del cinema italiano dagli anni ’60 ad oggi. In questa prima parte ci parlano dei loro esordi e dell’incontro con l’attore Gian Maria Volontè.

Perchè fate cinema?

La prima domanda posta ai due fratelli Paolo (San Miniato, 8 novembre 1931) e Vittorio Taviani (San Miniato, 20 settembre 1929) è forse quella più ovvia da chiedere a due personaggi che sono nel cinema da più di 50 anni: perchè fate cinema? Ecco le risposte

Gli esordi

Iniziamo ad addentrarci nella carriera del fratelli Taviani. Ecco come raccontano i loro esordi nel mondo del cinema:

Vittorio Taviani:

Ci sono due aspetti fondamentali ed ugualmente drammatici: si perchè si può arrivare a voler fare un film e a pensare di volersi uccidere se gli altri non te lo fanno fare. L’aspetto più concreto sono i soldi: noi facevamo dei documentari (vi confesso, non belli, noi non amiamo i nostri documentari) che a quei tempi dovevano durare 10 minuti.

Per noi erano solo voglie di film a soggetto, contratti in un modo che secondo noi limitava la nostra libertà espressiva. Tra quelli meno belli, una commissione governativa, che ci aveva bocciato tanti documentari, ci premia il più brutto e noi, io, Paolo e Valentino (Orsini, regista italiano n.d.r) abbiamo deciso di affrontare Roma.

Così con il motto “Roma a noi!” partiamo. In genere quando volevamo andare a Roma per vedere un pò come andavano le cose, prendevamo una macchina a nolo e partivamo la mattina alle 4 (perchè non potevamo permetterci di dormire lì) e nei pressi di Roma iniziavamo a cantare canzoni western, quasi fosse il nostro assalto alla città.

Il primo film: i soldi e la sceneggiatura

Arriva finalmente il momento del primo film. Ecco come raccontano questa esperienza:

Lo sport

Da bravi fratelli, Paolo e Vittorio Taviani, oltre a condividere la passione per il cinema, amavano confrontarsi negli sport:

Paolo Taviani:

Giocavamo a pallavolo e a tennis e lì venivano fuori i nostri caratteri, l’odio nascosto che c’è tra noi: alcuni analisti hanno infatti detto che stiamo insieme perchè abbiamo paura l’uno dell’altro. Da quei giochi ne uscivamo con delle litigate pazzesche. Arrivavamo a menar per l’aria le racchette. I nostri caratteri lì si scatenavano l’uno contro l’altro, soprattutto quella competizione che invece era fruttuosa nei nostri film.

Un uomo da bruciare: l’incontro con Gian Maria Volontè

Nel girare il loro primo film, i fratelli Taviani si inbattono in Gian Maria Volontè, cui danno la parte del protagonista, il sindacalista Salvatore Carnevale:

Paolo Taviani:

Cercavamo il protagonista del nostro film e avevamo visto Gian Maria Volontè a teatro che faceva Sacco e Vanzetti e ci era piaciuto molto. In cinema aveva fatto solo piccole parti, di cui una con Zurlini, ma praticamente comparsate. Non era un attore di cinema.

Lo convocammo ed incontrammo, era giovanissimo aveva 25 anni e gli facemmo un provino: è stato il più brutto provino della nostra carriera, perchè lui, con la scusa che il suo era un personaggio di un capopopolo, aveva degli atteggiamenti, molto teatrali tra l’altro, che erano fuori dall’idea che noi avevamo del personaggio. Alla fine del provimo ci dicemmo ‘non va bene‘.

Andammo in proiezione e la macchina da presa che aveva inquadrato questo volto ci rivelò un mondo. Alcune volte con l’occhio pensi di aver capito ma la macchina da presa ha un suo modo di agire, l’immagine diventa un’altra cosa. Guardando quel provino ci dicemmo che il suo modo di usare il corpo era qualcosa di particolare e di straordinario e decidemmo di prenderlo.

I fratelli Taviani

Questo pericolo del personaggio un pò teatrale ci fu fin dall’inizio della lavorazione, ma ci piaceva il modo in cui si muoveva sulla scena. Ad un certo punto ci siamo chiesti: chi è questo personaggio che vogliamo raccontare? E’ un capopopolo, che vuole lottare contro la mafia in un modo nuovo, contrario alle regole, vuole usare se stesso come uomo di spettacolo perchè ha questo gusto di parlare, di rappresentarsi, è un comiziante, un attore nato con una grande vanità ed una grande coscienza di sé stesso.

Nella realtà di Salvatore Carnevale si dice che quando venne a sapere che la mafia voleva ucciderlo disse ‘Chi uccide me uccide Cristo‘: una battuta potente soprattutto nella Sicilia di quegli anni. Lui crede in quello che fa e per convincere i compagni dà spettacolo.

Quindi con Vittorio e Valentino ci dicemmo: questo recitare un pò teatrale di Gian Maria non dobbiamo soffocarlo ma esaltarlo perchè lui porta questa teatralità che lo rende anomalo subito (da come si muove, come cammina). Allora ne parlammo con lui e gli dicemmo: ‘senza esagerare ma gonfiamo questo aspetto‘. Lui da grande attore quale era capì e fece una grande interpretazione.

Termina qui la prima parte della lezione di cinema dei fratelli Taviani. Leggi la seconda parte.

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