Rapina a Stoccolma _ I rapinatori scappano e lasciano in sala la noia

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Arriva nei cinema italiani Rapina a Stoccolma, una commedia del 2018 diretta da Robert Budreau, con Ethan Hawke , Noomi Rapace e Mark Strong

Rapina a Stoccolma
Rapina a Stoccolma

Rapina a Stoccolma

La sindrome di Stoccolma. Da dove arriva questa espressione? Quale è stato l’episodio che ha portato a coniare proprio questa frase?

“La sindrome di Stoccolma è un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Il soggetto affetto dalla sindrome, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice” (fonte: Wikipedia).

Questo è quello che il film vuole mostrare, il primo caso di sindrome di Stoccolma, che si manifestò appunto, durante la Rapina a Stoccolma

Trailer ingannevoli, non seguite le luci.

Stoccolma, 1973. Nella banca centrale entra in scena Lars Nystrom, improvvisato rapinatore di banca, che tiene in ostaggio 2 donne (a cui si aggiungerà anche un uomo, nel corso del film). Da subito in Rapina a Stoccolma, non si capisce l’intendo di Lars; all’inizio sembra avere un piano superiore, che ci verrà svelato man mano. Ma, più si procede, più ci si rende conto che Lars un piano proprio non ce l’ha. Iniziano le trattative con la polizia svedese (in questo film più che altro una simpatica macchietta, che si avvale dell’aiuto dei cittadini per risolvere i crimini).

Gli ostaggi tenuti (due donne, tutti gli altri sono lasciati andare immediatamente) fin da subito sembrano solo vagamente intimorite dal sequestro. Vuoi anche perchè Lars è un criminale gentiluomo e pure belloccio (o, consentitemi, pure figo), che non guasta mai. La polizia è talmente disorganizzata che alla fine, gli ostaggi si fidano di più dei rapinatori (dando il via al detto “sindrome di Stoccoma“)…

Anche Rapina a Stoccolma finisce nella categoria film dalle buone intenzioni. Insomma, io personalmente avevo grandi speranze. Il tema era bello e originale, la storia vera. Basato su un’assurda storia vera, esce un altrettanto assurdo film vero. Gli attori sono tutti molto bravi, nella parte, ma il film non decolla. Vediamo un film totalmente slegato, ma slegato del tipo che in teoria dovrebbe avere senso, cioè si vede che una sceneggiatura di base c’è, ed è pure studiata.

La trama c’è si sviluppa, ma finito il film, si rimane un po’ perplessi perché sembra che non sia successo niente, o che sia successo tutto, ma in maniera troppo surreale. Dal trailer il film sembrava un susseguirsi di battute che tengono alto il morale, ma in concreto il film non fa ridere, se non per sbaglio in alcuni punti. La ciliegina sulla torta è il finale del film, allucinante e senza senso, come tutto il film. Ci sono accenni di politica lungo tutto il film, compresa la guerra in Vietnam che sono totalmente inutili ai fini narrativi della vicenda. La polizia sembra la polizia delle patatine, si vede lontano un miglio che questo film non è un filmone americano tutto spari e rock and roll. Di film su rapine a banche, anche con risvolti psicologici ne hanno fatti, e ne hanno fatti di migliori.

Juliet Naked (con lo stesso attore protagonista) è decisamente Tutta un’altra storia rispetto a questo film.

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