Già presente nella selezione ufficiale del Festival di Cannes 2018, esce il 15 novembre nelle sale italiane In guerra, scritto e diretto da Stéphane Brizé, che chiama ancora una volta a lavorare con lui Vincent Lindon. Anche in questa occasione, come era già stato per la loro precedente, fortunata collaborazione, La legge del mercato (Francia, 2015), Lindon è l’unico attore professionista e i dialoghi non sono stati scritti, ma improvvisati sulla base di una trama generale, per rafforzare il realismo del dramma sociale rappresentato.
In guerra – locandina
In guerra
Laurent Amédéo (Vincent Lindon) è il leader sindacale dei lavoratori della fabbrica di auto Perrin, in contestazione contro i propri vertici che hanno annunciato la chiusura imminente dello stabilimento. La direzione è accusata dagli operai di non ottemperare gli accordi presi due anni prima, secondo i quali, a fronte di una riduzione del salario e della soppressione degli straordinari, si sarebbe dovuta impegnare a garantire il posto per i successivi cinque anni. Mentre i lavoratori hanno tenuto fede al patto, i “grandi capi” sostengono di non aver scelta e dover comunque mandare a casa tutti a causa dei profitti insufficienti e della concorrenza.
I lavoratori capitanati da Amédéo decidono allora di rivolgersi prima alla direzione nazionale della loro società, poi di chiedere l’appoggio della presidenza della Repubblica, fino ad arrivare, a botta di manifestazioni di protesta, scioperi e occupazione della fabbrica, a farsi fissare un incontro con i vertici tedeschi della loro impresa. Se all’inizio, però, il fronte degli operai era coeso attorno alle scelte dei capi sindacali, a lungo andare il malcontento e l’assenza di risultati tangibili fiacca morali e volontà di resistenza, dividendo i contestatori tra chi vuole rimanere fedele alla linea e chi accetterebbe l’inevitabile perdita del lavoro a patto di garantirsi quantomeno una buona fuoriuscita.
La situazione precipita quando, nell’ambito di una delle proteste, l’amministratore delegato tedesco viene aggredito con violenza da alcuni operai esasperati: la trattativa in atto viene bloccata, l’appoggio della presidenza ritirato, il supporto dei media perso. La spaccatura all’interno del fronte operaio si inasprisce e Amédéo si ritrova pressoché solo, seguito forse giusto dalla leale Mélanie (Mélanie Rover) e da pochi altri. L’epilogo, drammatico e inaspettato, rimette forse ancora una volta in gioco le carte.
Un dramma sociale aspro e serrato, filmato alla maniera del documentario
L’intento di sottolineare l’aspetto realistico è evidente a cominciare dalla scelta di utilizzare attori non-professionisti (molti dei quali hanno recitato utilizzando il loro vero nome), di scrivere un copione sommario i cui dialoghi venivano improvvisati durante le riprese, di compattare in soli ventitré giorni la durata effettiva dei ciak per cogliere quasi in tempo reale il ritmo concitato e la precipitazione degli eventi. Il regista, Stéphane Brizé, è stato coadiuvato anche da un vero rappresentante sindacale, Xavier Mathieu, non nuovo ad esperienze cinematografiche e che già aveva lavorato con lui e Vincent Lindon ne La legge del mercato.
In guerra – scena
Il desiderio di accentuare il lato realistico si nota anche nelle inquadrature, che passano dalle riprese televisive dei media a quelle di ciò che si svolge quando la telecamera virtualmente si spegne, quasi senza soluzione di continuità, come fosse rimasto un unico giornalista stakanovista a documentare il seguito, quello che i media non dicono, la realtà dietro le quinte.
L’alternanza tra la visione (spesso distorta) dei mezzi di informazione e le riprese stile documentario delle discussioni tra i lavoratori, delle loro (rare) risate, delle loro (molte) angosce, rivela però una seconda chiave di lettura di In guerra.
Da un lato c’è – certo e sicuramente – la volontà di dipingere il conflitto sociale così com’è, senza mezzi termini, con tutta la sua crudezza, la sua disperazione, il suo pragmatismo cinico e spietato.
Dall’altro, però, sembra anche esserci la critica alla distorsione portata avanti dai media, che fingendo di mostrare la realtà per quella che è, ne mostrano in verità solo una parte – di norma quella di maggiore effetto, poco importa se parziale o amplificata. Esemplare, in questo senso, il trattamento riservato ai lavoratori in protesta, prima esaltati come delle vittime e degli eroi che lottano contro i soprusi dei potenti, poi velocemente dimenticati e abbandonati al loro destino quando uno sparuto manipolo tra loro perde la pazienza e si lascia andare alla violenza contro i capi d’azienda.
La dicotomia tra realtà e informazione va di pari passo con quella tra idealismo e pragmatismo: se inizialmente è l’intero fronte operaio a condividere e rappresentare i grandi ideali contro il bieco cinismo dei dirigenti, ben presto questa netta separazione diventa meno stabile e precisa. Dapprima, infatti, i lavoratori sono uniti e perfettamente in sintonia con colui che ne appare il leader e l’emanazione, Laurent Amédéo – Vincent Lindon. La contrapposizione con la direzione è chiara: loro onesti e fedeli al patto, gli altri fedifraghi e pronti a cambiar le carte in tavola secondo il loro comodo; preoccupati per problemi concreti al limite della sopravvivenza, gli uni, interessati solo al profitto e al superfluo gli altri; speranzosi e convinti che ci sia un’alternativa i primi, già pronti a chiudere bottega e cambiare capitolo in rapidità i secondi.
In guerra – Vincent Lindon
Ma mano a mano che il gioco si fa duro, arrivano le prime rinunce, i primi voltafaccia, i primi ripensamenti. E, poco a poco, il fronte comincia a diventare esiguo fintanto che l’unico – o quasi – che rimane coerente con il proposito iniziale, irremovibile nelle sue convinzioni, fedele ai suoi principi e alla linea, è il personaggio interpretato da Lindon. Che, forse non per un caso, è anche l’unico attore professionista. Come a significare che solo nella finzione cinematografica ci si può permettere di rimanere idealisticamente sulle proprie posizioni, mentre nella vita reale – qui rappresentata dal resto del cast – non si può evitare di scendere a compromessi, fare i conti con l’aspetto pratico, ritornare sui propri passi per cercare di restare a galla.
Il gesto finale di Amédéo/Lindon, estremo, violento, quasi uno schiaffo che fa riprendere il dialogo, ma lascia l’amaro in bocca, forse può esprimere l’ultima risposta, contro la rassegnazione, contro l’impotenza, contro la disperazione senza sbocco. Ma potrebbe anche rappresentare quella coerenza, quell’assoluto, quell’idealismo che possono trovare spazio solo, appunto, nella finzione. Il cui effetto, però, è di risvegliare gli altri, spettatori di questo atto inaudito e inaspettato: la sua immolazione lo trasfigura in eroe, e davanti al suo eroismo i dirigenti ritrovano – almeno per un attimo, almeno un minimo – la loro umanità, i lavoratori ricordano le loro motivazioni originali, i media riprendono – felici del nuovo scoop.
In guerra – scena coi media
Bilancio finale di In guerra
In guerra è un film dalle tinte forti, come la stessa scelta del titolo preannuncia. Il ritmo serrato, incalzante, l’intensità di Vincent Lindon e degli altri attori, che, pur se non professionisti, riescono perfettamente ad esprimere la drammaticità del conflitto, lo rendono un’opera potente, a tratti quasi da pugno nello stomaco. La decisione presa da Amédeo spiazza, lascia interdetti sia gli spettatori in sala sia quelli sullo schermo.
Può piacere anche a chi non ama normalmente i “drammoni” sociali, complice il montaggio frenetico e i suoni stridenti che contribuiscono ad accrescere il coinvolgimento emotivo e il clima di tensione. Incisivo.