I Grandi Maestri del Cinema: Jean-Luc Godard con “Il Bandito delle Undici”

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Come si riescano a fare queste incomprensibili ed orrende traduzioni dei titoli originali dei film prima o poi qualcuno me lo dovrà spiegare, guarda un pò qui che cosa sono riusciti a fare…

La trama

di Nicola Donadio

locandina originale del film il bandito delle undici

Ferdinand è sposato con una donna italiana, ma è anche stufo della sua vita borghese e abitudinaria. Incontra la bella Marianne e i due, dopo essersi liberati di un misterioso cadavere, partono verso la Costa Azzurra a bordo di un’auto rubata. Ferdinand, che la donna chiama Pierrot (il titolo originale del film è Pierrot le fou, stuprato in Italia e in pochi altri paesi con una traduzione incomprensibile), vive la fuga con continue letture, discorsi filosofici e citazioni colte e di ribellione; i due amanti sembrano quasi recintare un proprio mondo, isolato dalle altre persone. Questa situazione si prolunga finchè Marianne non si stufa e decide di tornare dal suo vecchio amante. Ferdinand non accetta questa decisione, prima si fa giustizia da solo, poi con un gesto estremo si toglie la vita in modo spettacolare.

Analisi del film

altra locandina del film il bandito delle undici

Di fronte a Pierrot le fou (ci piace chiamarlo così) lo spettatore è disorientato, Godard non dà nessun punto di riferimento né temporale, né spaziale e tantomeno rispetta i canoni classici del cinema.

La Nouvelle Vague ha già espresso i suoi film manifesto, il cambiamento è avviatissimo.

Jean Paul Belmondo guarda in camera, si rivolge spesso direttamente allo spettatore, come se fosse impegnato in una sorta di monologo teatrale.

I capitoli in cui si divide l’opera sono in ordine abbastanza sparso, solo dopo la visione del film ci si può fare un’idea più precisa di ciò che si è visto e della storia che ci è stata raccontata.

Sembra di trovarci davanti non alla storia di una vita o di due vite, ma di fronte al racconto della vita stessa, con la presenza viva e ben distinguibile delle emozioni più forti che la contraddistinguono.

Lo dice anche Ferdinand/Belmondo in uno dei passi più interessanti della pellicola.

I giochi formali di Godard a volte risultano stucchevoli, ma in questo film molto meno che in altri; si aggiunga a ciò che, nonostante il distacco con cui appositamente gli attori recitano, i dialoghi sono estremamente significativi e di grande valore estetico.

Meravigliosa sia la fotografia che la scenografia, arricchite spesso da colori sgargianti e da quadri famosi che campeggiano in molte scene.

Se qualcuno si sarà annoiato durante questo magnifico esempio di arte filmica, il finale lo farà resuscitare, con la sua epicità e le sue sequenze forti e pittoresche. Anche questo un film da vivere “fino all’ultimo respiro”.

Il contesto storico

Il 1965,  anno di uscita del film, è un po’ un anno di mezzo tra l’uscita dei primi film della Nouvelle Vague, con le loro novità rivoluzionarie, e le rivolte in strada, nelle fabbriche e nelle scuole del maggio ’68 e degli anni a seguire. Godard fu protagonista e teorico di primo piano di entrambe queste fasi, decisive nei rispettivi ambiti: cinematografico e socio-politico.

Il marxista Godard lascia spazio al disincanto quando fa dire al protagonista del film che sulla luna c’è un solo abitante; questi si allontana velocemente perché fugge dai russi e dagli americani, lasciandoli soli a litigare. Ferdinand immagina che lassù sia prima sbarcato il sovietico Leonov che voleva inculcare all’abitante le idee di Lenin; solo dopo è arrivato l’americano White da cui si è presto rifugiato, ma questi gli ha ficcato una bottiglia di Coca Cola nella gola e ha preteso di essere anche ringraziato. Al di là della profezia dello sbarco sulla luna, anche in un episodio come questo il marxismo di Godard è molto vicino al sessantotto, in cui l’equidistanza dai due blocchi portò molti a credere che il maoismo fosse la vera idea per cui combattere, l’unico antidoto al disimpegno.

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