Memorie festivaliere dalla Settima Edizione del Film Fest di Roma

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di Davide Cinfrignini

La settima edizione del Festival del Cinema di Roma ( prima dell’era Muller) si è conclusa con la cerimonia di chiusura di Sabato 17 Novembre presieduta dalla madrina Claudia Pandolfi e dal neo Direttore Artistico, presso la Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, dopo una settimana ricca di eventi cinematografici con ben 60 Anteprime Mondiali, tre Sezioni Competitive ( oltre il Concorso si sono aggiunte le sezioni Cinemaxxi e Prospettive Italiane) e la Sezione autonoma e parallela Alice nella città, oltre alla Retrospettiva Cinema Espanso 1962-1984.

I Premi e Il Concorso

I Premi assegnati nella Cerimonia di Chiusura dell’Ultimo Festival del Cinema di Roma sono frutto di un enorme fraintendimento critico da parte della Giuria presieduta da Jeff Nichols .

Il Marfa Girl di Larry Clark è un quadretto della provincia americana di rara pochezza che riciclica temi e figure care al regista di “Kids”. Dedito alla provocazione gratuita , Clark sembra essere arrivato ormai al termine della sua carriera e non fa che girare sempre lo stesso film, senza la necessità che contraddistingueva l’operato dei suoi primi lavori. Il suo cinema appare ormai accartocciato in sé stesso, privo della capacità di saper dialogare con la realtà e con l’immaginario cinematografico attuale. Probabilmente una delle peggiori opere in Concorso finisce per conquistare questo primo Festival targato Marco Muller, che avrebbe meritato ben altro vincitore . Splendida la prova di Pappi Corsicato con  Il Volto di un’altra, che però non riesce a conquistare alcun premio. In un’ opera che poggia le basi su una scrittura di rara brillantezza , Corsicato immerge la sua materia cinematografica in un mondo fittizio dominato da schermi e specchi . Con grande coraggio fugge dal realismo ad ogni costo del Cinema Nostrano e crea uno straordinario affresco Pop con delle belle spruzzate di Kitsch, pieno di omaggi cinematografici e che spazia tra Generi con referenti alti e bassi, in pieno stile postmodernista. La centralità del discorso come al solito è posta sul dualismo realtà/finzione nel mondo televisivo/cinematografico. Può venire in mente che la forma si mangi il contenuto, ma se si scava sotto il mondo artificiale, anti-naturale, volutamente patinato e da servizio fotografico di Pappi Corsicato, allora si scova un reale disagio, di uomini costretti a venire a patti con la verità, che soffrono per la loro natura di personaggi e che lottano per ritagliarsi uno spazio da Esseri Umani reali. Di grande spessore le prove dei sovietici Fedorchenko (  Spose celesti dei mari della pianura) e Muratova (  Eterno Ritorno: Provini ), che però senza un riconoscimento della Giuria difficilmente riusciranno a trovare una distribuzione in sala, come invece era successo all’Opera Prima del regista russo ( “Silent Souls” ) , che infatti venne premiata a Venezia 67. Delude enormemente il  A Glimpse Inside The Mind of Charles Swan di Roman Coppola che scrive e dirige un’opera scialba, drammaturgicamente inesistente e con una comicità calcolata che si finge colta ma che più volte cade nella trappola dell’ammicamento gratuito e della battuta volgare. Scoraggiante in toto la prova del cast, assolutamente fuori luogo uno stralunato Charlie Sheen ma ugualmente sottotono due talenti cristallini come Bill Murray e Jason Schwartzman.
Caso a parte da analizzare con attenzione è  Main dans la Main  di Valérie Donzelli, che appena uscito dalla sala mi era sembrato una deriva commerciale intrapresa dalla talentuosa regista di “ La Guerra è dichiarata” e che a Festival finito e con tutta la lucidità del caso mi si rivela come uno dei prodotti più vitali ed emozionanti dell’intera rassegna. La Donzelli varia la sostanza del suo cinema nel tempo passando dalla comicità fisica della prima parte fino ad una più matura Commedia Romantica della seconda; lavora a piacimento con i corpi elettrici dei suoi due protagonisti ( straordinari il premiato Elkaim e la commovente Lemercier) non vergognandosi di mettere in scena un opera sentimentale, libera e leggera che non si nasconde dietro l’ironia e vuole parlare a tutti, con uno straordinario utilizzo della Voce Fuori Campo del Narratore che si mescola a quelle dei due protagonisti e che evita il didascalismo per farsi Voce dell’interiorità della propria Creatrice.
Il Canone del Male
 apre il Festival ed è una buona prova di Takashi Miike, che seppur mancando di originalità e costruendo la vicenda attorno ad un Serial Killer sui generis, confeziona alcune sequenze folgoranti ( su tutte il flash-back statunitense dove il Professore “opera” con un collega locale). La Giuria premia le altre due opere nostrane:  E la chiamano Estate di Paolo Franchi (Premio alla Miglior Regia e Miglior Attrice a Isabella Ferrari) e “ Alì ha gli occhi azzurri” di Claudio Giovannesi ( Premio Speciale della Giuria e Premio Opera Prima e Seconda ). Il Film di Franchi è un lungometraggio mediocre in tutti i comparti che stupisce la Giuria per il coraggio (?) del suo linguaggio e che invece sorprende per l’incredibile debolezza di scrittura ; i tormenti dei protagonisti vengono messi in scena con eccessivo didascalismo e la psicologia spiccia dei personaggi ci viene spiegata per filo e per segno con continue sequenze esplicative, l’atmosfera che il regista vorrebbe fosse sospesa e dilatata finisce per essere artificiosa e letteraria, rendendo impossibile agli interpreti donare delle sfaccettature ai propri personaggi.
Gli schiamazzi, le risate e le urla in sala durante la Proiezione Stampa prima e poi per quella del Pubblico, involontariamente pongono loro stesse le basi per il trionfo della pellicola in sede di Premiazione. La Giuria sembra infatti più interessata al riscontro sociologico delle pellicole presentate piuttosto che al loro reale valore cinematografico. Tornando alle pellicole premiate , Alì ha gli occhi azzurri  è un rigoroso trattato realistico-naturalista completamente immerso nella realtà che descrive e scevro da sentimentalismi lirici. Piuttosto trascurabili gli imperfetti: Ixjana  di Jozef e Michal Skolimowsky , Un Enfant de Toi di Jacques Doillon che però vanta le splendide interpretazioni di Lou Doillon e della premiata Maryline Fontaine e  1942  di Feng Xiaogang. Piuttosto banale e scontato il Premio per il Miglior Contributo Tecnico per Arnau Valls Colomer per la fotografia di Mai Morire . Straordinaria invece la prova dell’ultimo film annunciato al Festival e unica concessione al Genere in Concorso, rappresentata dal palpitante e adrenalinico Drug Wars , del prolifico Johnnie To. Infarcita di Premi per l’ultimo film presentato , il buonista  Motel Life . Opera Prima dei Fratelli Polsky che si accaparra oltre allo scontato Premio del Pubblico anche il Premio come Miglior Sceneggiatura. La pellicola che offre una visione stereotipata della Provincia americana ha almeno il merito di offrire delle solide interpretazioni attoriali ( Stephen Dorff su tutti).

Cinemaxxi                   

Vero fiore all’occhiello di questa rassegna risulta essere però la Sezione Cinemaxxi ,banco di prova per la sperimentazione cinematografica, che ha presentato un’ampia gamma di Lungometraggi, Mediometraggi e Cortometraggi. Perla e assoluto Capolavoro della sezione ( ma anche dell’intera rassegna) è l’ultimo lavoro del Regista Gallese Peter Greenaway,  Goltzius and The Pelican Company ; relegandolo nelle sale più piccole ( Teatro Studio, Sala Maxxi e addirittura nel minuscolo Studio 3) non si è permesso però al pubblico di poter godere di questo spettacolo Totale fatto di Cinema Puro, sguardo pittorico e innovazioni derivanti direttamente dalla Videoarte. Brillante, passionale e statirico il ritorno del grande Paul Verhoeven con  Steekspel .

Straordinario il trittico 3D ( Plant , Waves,  All Sides of The Road ) privo di sonoro della Open Ended Group, senza dimenticare l’altro gioiellino in tre dimensioni: Pletora dal collettivo Zapruder.

Conclusioni

Tirando le somme, il nuovo Direttore Marco Muller ha cambiato la rotta del Festival rendendola una rassegna dove si predilige il Cinema piuttosto che la mondanità, gli Incontri con i Grandi Registi ( l’anno scorso erano presenti all’Auditorium Wim Wenders, Michael Mann e Joel Schumacher) e le Proiezioni brevissime di Anteprime Hollywoodiane della mediocre gestione Detassis. Probabilmente il risultato non è stato del tutto soddisfacente con alcuni autori che hanno deluso le aspettative ( Coppola, Clark, Franchi, Satrapi) , altri che hanno confermato il loro assoluto talento ( Greenaway, Verhoeven, Fedorchenko, Donzelli, Corsicato, To, Weerasethakul). Le Anteprime Hollywoodiane sono arrivate per intere ( Rise of The Guardians , Ralph Spaccatutto , Breaking Dawn-Parte 2 , Bullet To The Head) ma in compenso sono saltati alcuni arrivi di Grandi Star preannunciate ( Jude Law, Bill Murray, Romain Duris e dove è finito Quentin Tarantino? ). Da deprecare l’atteggiamento di certa stampa ( si parla soprattutto dei quotidiani generalisti) che arrivata prevenuta nei confronti del nuovo corso Muller non ha fatto altro che sabotare le Proiezioni delle pellicole con una preventiva stroncatura dei film presentati, sottolineata con commenti e risatine. Un giornalismo critico e coscienzioso solamente di facciata ma che in realtà sottintende a regole che centrano poco con il mondo cinematografico e molto con amicizie politiche con membri della vecchia gestione.

 

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