Speciale Sudestival 2018: Antonio Padovan racconta Finchè c’è prosecco c’è speranza

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Siamo lieti di riprendere, come già facciamo ormai da 5 anni, la nostra avventura con il Sudestival ed i suoi protagonisti che ci hanno concesso interviste esclusive. Primo film in concorso è Finchè c’è prosecco c’è speranza, opera prima del regista Antonio Padovan che in questo articolo ci racconta la sua carriera e la genesi del film.

Antonio Padovan

Il regista Antonio Padovan

Intervista ad Antonio Padovan

Ciao Antonio, benvenuto su cinemio. Per cominciare parlaci un po’ della tua carriera: dagli studi di Design al lavoro a New York come sei arrivato a fare il regista?

Antonio Padovan: A vent’anni mi sono trasferito a New York senza un piano preciso, spinto solo dalla voglia di viverci. Qualche anno fa ho capito che forse questa mia connessione profonda con la città ha origine nell’undici Settembre 2001: avevo sedici anni, e tutto quello che succede quando sei teenager ti resta dentro per sempre, come se gli eventi che accadono in quegli anni della nostra vita avessero radici più profonde delle cose che ci succedono prima e dopo.

New York era per me un posto lontano, un po’ indefinito, come Hong Kong o Cape Town, ma da quel giorno ha preso una forma definita, è diventata casa mia.

Appena arrivato a Manhattan ho trovato lavoro in uno studio di architettura, ma dopo un paio d’anni l’amore che nutro fin da bambino per il cinema mi ha spinto a “provare” una scuola di cinema. Lavoravo 12 ore al giorno, spesso anche nei weekend, poi una sera ho visto un film di Woody Allen al cinema, e la mattina dopo mi sono iscritto, d’istinto, a un micro-corso di regia (8 settimane).

Fortunatamente lo studio dove lavoravo ha continuato a darmi progetti e quindi ho iniziato a dividere le mie giornate tra lavori di architettura e giri per Manhattan con la macchina da presa in spalla. Alla fine grazie a un corto che avevo scritto e diretto mi hanno dato due borse di studio per continuare i corsi per qualche mese, e poi ho iniziato subito a lavorare nel mondo dei video e della pubblicità.

Dopo vari spot pubblicitari e cortometraggi negli Stati Uniti finalmente la possibilità di girare il tuo primo lungometraggio. Come mai la scelta di ambientarlo nella tua terra d’origine?

Antonio Padovan: Ero di fronte a un bivio, con la possibilità di fare la regia per un film inglese, una bellissima storia di “coming of age” sul genere Stand by me, che ricordava i Goonies, e il più recente Stranger Things… Poi però durante una vacanza di dieci giorni in Italia mia sorella mi ha consigliato di leggere il libro di Fulvio Ervas, e un po’ perché la storia mi ha colpito, un po’ per nostalgia, ho deciso che il mio primo lungometraggio l’avrei girato “a casa mia”, una delle poche realtà geografiche italiane ancora relativamente inesplorate dal nostro cinema.

Sono contentissimo di aver fatto questa scelta, anche se adesso sto facendo le acrobazie per dividermi tra l’Italia e l’America.

Il film è ispirato all’omonimo libro di Fulvio Ervas con cui hai collaborato per la stesura della sceneggiatura. Quanto è rimasto e quanto è stato tradito del libro?

Antonio Padovan: Qualcosa è cambiato, ma essendo un giallo non posso entrare nei dettagli… la letteratura e il cinema sono due linguaggi diversi. Gli adattamenti cinematografici di romanzi che mi piacciono di più sono quelli che, piu che seguire alla lettera il libro, preservano lo spirito del materiale d’origine.

Detto questo è stato proprio Fulvio il principale sponsor dei cambiamenti, fosse stato per lui avremo cambiato tutto… per fortuna anche chi ha letto il libro ha apprezzato il film.

Finchè c'è prosecco c'è speranza

Il cast del film Finchè c’è prosecco c’è speranza

Parliamo della fase delle riprese. Il film è stato girato tra il Veneto e gli Stati Uniti, un lavoro difficile, credo, per un’esordiente. Quali sono state le maggiori difficoltà?

Antonio Padovan: In realtà le riprese sono avvenute tutte in veneto, in location reali. Durante la fase di scrittura sono rimasto parecchio in America, “scrivendo” con Ervas e Marco Pettenello alternando chiamate via Skype con incontri di persona in Italia. E’ stato un lavoro impegnativo ma non difficile, il segreto è contornarsi di collaboratori più bravi di te, e tutto diventa facile e divertente.

Ci sono degli aneddoti che ti va di raccontare?

A. P.: C’è un aneddoto divertente, che ogni tanto racconto quando presento il film: la prima volta che nel film si vede Treviso, volevo omaggiate il film Signore & Signori di Pietro Germi, un film che ha segnato la storia cinematografica di questa città. Volevo riproporre l’inquadratura con cui apre il film di Germi: una Piazza dei Signori strapiena di piccioni che si alzano in volo mentre la camera li segue, fino a rivelare la Torre Civica che sovrasta la piazza.

Purtroppo dopo la “cura” Gentilini (ex sindaco-sceriffo) i piccioni si sono praticamente estinti da Treviso.

Siamo riusciti a trovare un signore di Reggio Emilia, che aveva due gabbie con 12 piccioni viaggiatori l’una. Il problema dei piccioni viaggiatori è che appena li liberi volano velocissimi verso casa (in questo caso Reggio Emilia) come avessero un gps integrato. Ho pensato, per fortuna, che sarebbe stato meglio fare due riprese con 12 piccioni l’una, invece che una ripresa con 24, aprendo una sola gabbia alla volta, così nel caso qualcosa fosse andato storto avevamo un’altra possibilità.

E infatti alla prima prova abbiamo puntato la camera e messo la gabbia appena dietro, così uscendo sarebbero entrati nell’inquadratura. Solo che quando ho dato l’azione sono usciti volando in direzione opposta, dietro le nostre spalle… perché Reggio Emilia era da quella parte!!!

Al secondo tentativo ci siamo riusciti: abbiamo messo la telecamera tra la gabbia e Reggio Emilia. Nel film si vedono i 12 eroici piccioni che hanno reso possibile il mio così-così omaggio a Signore & Signori…

Giuseppe Battiston

L’attore Giuseppe Battiston

Parliamo del cast che vanta la presenza di attori del calibro di Giuseppe Battiston, Teco Celio, Silvia D’Amico e tanti altri. Come hai scelto il tuo Ispettore Stucky e come hai costruito con Battiston il personaggio?

A. P.: Lavorare con Giuseppe Battiston è stato un privilegio. La sua esperienza e il suo talento sono una sorgente continua di dettagli che fanno la differenza. Lui aveva rivestito già le vesti di un ispettore in Pane e Tulipani, ma qui mi piaceva esplorare con lui una chiave meno ironica, più “asciutta”. Penso che Stucky sia uno Battiston inedito, che personalmente mi piace tantissimo. E’ un personaggio che fa domande e ascolta, sopratutto ascolta. E negli occhi di Stucky Giuseppe ha riversato determinazione e dolcezza, in modo molto garbato e profondo, potente.

E con gli altri attori com’è andata?

A. P.: Sono stato fortunatissimo che tutte le mie prime scelte per il cast abbiano deciso di far parte di questa avventura. Il lavoro del regista con gli attori è al 90% casting: Prendere attori bravi, e lasciarli lavorare in pace.
Ancillotto è l’altro protagonista della storia, anche se lo vediamo solo per 10 minuti la sua presenza doveva restare impregnata nella vicenda per tutto il resto del film. Rade Serbedjia, con il suo carisma, mi ha aiutato in questo compito difficile, nei pochi minuti che ha a disposizione lascia il segno.

Il ruolo di Pitusso, il matto del paese, era molto difficile da portare alla luce senza esagerare, e Teco ci ha riversato una grande umanità. Babak Karimi ha un curriculum che parla da solo, le scene tra lui e Beppe sono quelle che mi sono divertito di più a girare.

Anche le tre donne del film, Silvia D’amico, Liz Solari e Gisella Burinato, hanno portato, ognuna a modo loro, un elemento in più alla storia. La scena a Venezia a casa di Francesca, in cui Stucky confronta la giovane amante di Ancillotto, è la mia preferita del film.

E poi c’è Roberto Citran, che è sempre meraviglioso, qualsiasi cosa faccia. Un attore che vorrei vedere in ogni film Italiano.

Teco Celio

L’attore Teco Celio

Il film ha partecipato a numerosi festival. Qual è stato il riscontro di pubblico e critica sul tuo film?

A. P.: Molto positivo, c’è stato un affetto e un passaparola che hanno permesso al film di stare in sala per più di due mesi. Un piccolo caso per un film indipendente che non ha ricevuto nessun finanziamento pubblico, ne dal ministero dei beni culturali, ne dalla regione veneto, ne da consorzi o produttori di Prosecco.

E per concludere uno sguardo al futuro: c’è già un nuovo progetto nel cassetto? Ti va di parlarcene?

A. P.: Ho un paio di progetti in America, tra cui un festival di cinema che ho fondato quattro anni fa con la mia amica filmmaker Alessia Gatti, il Greenwich Village Film Festival, con l’idea di celebrare il quartiere in cui vivo. Il festival cresce velocemente ogni anno, e questo autunno la quarta edizione si terrà al prestigioso IFC Center di New York. Selezioniamo cortometraggi e documentari dal tutto il mondo, e diamo a giovani registi la possibilità di avere una vetrina a Manhattan.

Poi ho in cantiere un altro film Italiano, tratto da una mia idea originale e scritto con Marco Pettenello (già co-sceneggiatore di questo film). Se tutto va bene lo vedrete nel 2019, ma è ancora un po’ prestino per parlarne.

Ringrazio Antonio Padovan per la sua disponibilità e gli faccio, a nome della redazione di cinemio, un in bocca al lupo per il concorso del Sudestival.

Continua a leggere tutti gli approfondimenti sul Sudestival 2018.

@Foto Credits Sudestival.org

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