The Social

The Social – Il sequel del capolavoro del 2010

The Social è un film del 2026, diretto da Aaron Sorkin, con protagonisti Jeremy Allen-White, Mikey Madison e Jeremy Strong. La pellicola uscirà solo in sala a partire dal 8 ottobre, distribuito da Sony Pictures.

Questa pellicola rappresenta il sequel di The Social Network di David Fincher del 2010.

-Articolo di Michele Scarperia

The Social

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Il film parla della fuga di notizie riguardanti i documenti interni di Facebook avvenuta nel 2021 che denotavano un effetto malsano del social, grazie ad un’inchiesta del Wall Street Journal.

Il trailer del film

Un film fatto di sterili e inutili tecnicismi

C’erano pochi sequel che avessero davvero un senso. The Social era uno di questi. Non perché fosse necessario tornare nel mondo raccontato da Fincher, ma perché, a distanza di anni, il fenomeno dei social network avrebbe offerto materiale persino più feroce di quello che aveva a disposizione il primo film. La possibilità di costruire una critica aspra, cattiva e profondamente contemporanea a un sistema che nel frattempo ha finito per condizionare la nostra vita, il nostro modo di comunicare e persino il nostro modo di percepire la realtà era enorme. E invece il film sceglie la strada più semplice, e forse anche quella meno interessante.

Si concentra su una specifica inchiesta, cercando di trasformarla in un thriller che, però, thriller non riesce quasi mai a essere. La tensione latita, il ritmo rimane sterile e quella che dovrebbe essere una progressiva discesa nell’oscurità del mondo digitale finisce per assumere i contorni di un racconto fin troppo lineare, incapace di sfruttare davvero la materia che ha tra le mani.

La critica ai social c’è, così come quella alla società contemporanea e soprattutto a un’America sempre più schiacciata dalle proprie contraddizioni. Ma è una critica che rimane quasi sempre in superficie. Il film sembra avere paura di sporcarsi davvero le mani, preferendo circondarsi di tecnicismi, gergo informatico e spiegazioni estremamente specifiche che vorrebbero restituire complessità, ma che finiscono soltanto per appesantire una struttura narrativa in realtà molto semplice. È un film che vuole sembrare più intelligente di quanto sia, quando avrebbe avuto bisogno semplicemente di essere più cattivo.

Proprio qui si trova il suo limite più grande: The Social ha qualcosa da dire, ma continua a cercare un modo sofisticato per dirlo, perdendo per strada la forza del messaggio. Invece di interrogarsi sulle conseguenze culturali e umane di ciò che i social hanno prodotto, si intestardisce su un impianto thriller che non regge e su una serie di stucchevoli tecnicismi che raramente aggiungono qualcosa al racconto.

Un cast di giovani leve che ci prova e un lato tecnico che non va

Si salva un cast di grande livello. Jeremy Allen White e Mikey Madison riescono a dare tridimensionalità a personaggi che sulla carta rischierebbero di rimanere ingabbiati nella freddezza dell’impianto narrativo. Jeremy Strong, invece, si trova inevitabilmente a fare i conti con un paragone ingombrante: il suo Zuckerberg non possiede la complessità, l’ambiguità e soprattutto il magnetismo disturbante del Mark Zuckerberg interpretato da Jesse Eisenberg.

E poi c’è la regia, forse l’elemento che più di tutti ricorda quanto sia difficile tornare dalle parti di un film come The Social Network senza David Fincher. Qui non c’è quella precisione chirurgica, quella tensione costruita attraverso il montaggio, i movimenti di macchina e persino il modo in cui i personaggi si parlano. La regia è troppo statica, spesso quasi anonima, e anche i dialoghi, che nel primo film erano parte integrante della sua potenza, qui risultano fallaci e artificiosi.

The social

The Social – Conclusioni

Il problema, in definitiva, non è che The Social sia senza idee. È esattamente il contrario: è un film con un’idea potenzialmente enorme che non trova mai il coraggio di svilupparla davvero. Avrebbe potuto essere una feroce fotografia del presente, un attacco senza sconti a un mondo che ci ha resi costantemente connessi e contemporaneamente sempre più soli. Avrebbe potuto essere il raro sequel capace di giustificare la propria esistenza.

Sceglie invece di essere un thriller pretestuoso, stucchevole e a tratti persino noioso, nascondendo dietro una patina di tecnicismi una storia molto più semplice di quanto voglia far credere. E alla fine rimane soprattutto la sensazione più amara: quella di aver assistito allo spreco di uno dei pochi sequel che, davvero, aveva ancora qualcosa da dire.

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