E..state al cinema:Vacanze romane, e “Italian style” fu

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Inzia oggi una serie di recensioni dedicate a film che hanno a che fare con l’estate e le vacanze. Apre il ciclo un classico sempreverde:”Vacanze romane”

Alle origini dell’Italian style

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1953: William Wyler, sicuramente uno dei grandi di Hollywood, capace di passare senza difficoltà dai generi più diversi riuscendo sempre a generare dei capolavori decide di venire in Italia per girare la sua ultima pellicola.

La principale ragione della sua scelta era di motivazione economica: in Italia uscita da meno di dieci anni con le ossa rotte dal secondo conflitto mondiale, le maestranze pur preparate ( Cinecittà , voluta da Mussolini, riuniva operai specializzati ) erano a buon mercato e questo lo avevano capitato pochi anni prima i produttori di un recente Kolossal  “Quo vadis”, girato appunto a Roma.

Il regista , chiamò un attore giovane e reduce da una serie di successi, serio, alto e allampanato, Gregory Peck era l’idolo delle donne e lo affiancò a un simpatico comico Eddie Cantor e a una giovanissima debuttante  di origini olandesi, snella, raffinata e destinata a diventare un‘icona d’eleganza e di stile: Audrey Hepburn.

Questi i principali ingredienti di uno dei cult del cinema mondiale  e fantastico promo pubblicitario alle bellezze artistiche di Roma, altra grande protagonista della storia.

 

Una storia d’amore “atipica”

 

Il film il cui titolo originale è Roman holiday cioè vacanza romana perché parla letteralmente di un momento di vuoto , di assenza da parte della protagonista, parla di una giovane principessa in visita a Roma ( forse il personaggio si ispira a Margaret, sorella ora defunta della regina inglese nota per il suo anticonformismo) che stanca degli impegni previsti dal cerimoniale decide di dedicarsi 24 ore tutte per sè. Un giornalista americano la riconosce e la asseconda per scopi utilitaristici ma poi tutto cambia…

C’è spazio quindi per un breve idillio che viene prontamente soffocato poiché la saggia principessa rientra sui suoi passi e torna nella sua turris eburnea che non lascia molto spazio alla sua vitalità repressa. La pellicola elogia la vita dei piccoli, modesti ma felici sottolineando la maledizione di essere nobili , secondo una concezione presente già nel lontano fine Seicento negli scritti di Daniel Defoe e seguendo la mentalità puritana alla base della cultura nordamericana che loda il lavoro e i frutti derivati dalla fatica e non i diritti acquisiti che recano però dei limitanti doveri.

 

Una cartolina piena di stereotipi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche se il film è made in USA, maestranze e molti attori minori sono italiani. La pellicola li vede come minuziosi lavoratori : il poliziotto  è sempre a disposizione, il venditore di cocomeri è grasso e in canottiera d’ordinanza, il giovane barbiere che taglierà i capelli alla principessa poi , interpretato dal bravo caratterista Paolo Carlini incarna senza ombra di dubbio l’idea che l’americano medio ha di un italiano: snello, nervoso, facile alla rissa, scuro di occhi e di capelli, ovviamente impomatati, con baffetto da conquistatore e maglietta a strisce per non parlare dell’associazione tra Italia e il veicolo a due ruote commercialmente noto come Vespa. Un concentrato di stereotipi che persino ai giorni nostri film come Sotto il sole di Toscana, Mangia, prega,ama e To Rome with love  continuano a presentare secondo una teoria che  considera l’italiano un focoso peccatore e che  ha radici letterarie in autori del calibro di Shakespeare e Forster.

Una pellicola sempre attuale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al giorno d’oggi i sangueblu sono forse più liberi o fingono di esserlo, ma una storia imbastita così bene e interpretata magnificamente come Vacanze romane resta sempre attuale e piacevole da vedere. Negli anni Ottanta Celentano e Muti hanno interpretato una variante in Innamorato pazzo: stavolta la Muti era la bella principessa per cui il tranviere Adriano perdeva la testa, solo che  stile e trama oltre che i tempi erano ben diversi…

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