Sudestival 2014: piace Take Five, primo film in concorso

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Il Sudestival 2014 entra nel vivo, con il primo film in concorso. Ottima risposta di pubblico, che come di consueto partecipa attivamente anche al dialogo con gli autori delle opere, oltre che esprimendo il proprio giudizio sulla visione con un voto.

Take Five – Dalle fogne con furore

Carmine è infognato. Doppiamente infognato: di debiti (ha il vizio del gioco) e di lavoro, perchè lui le fogne le ripara. E se viene chiamato a riparare una perdita fognaria nel caveau di una banca, è inevitabile che tornare in quel caveau diventi un sogno. Il sogno della rapina per eccellenza, quella che ti sistema per tutta la vita, quella che inevitabilmente non andrà mai a buon fine. Rivela la sua idea a Gaetano, ricettatore, che si occupa del reclutamento del resto della banda: ‘O sciomèn, rapinatore depresso; Ruocco, pugile clandestino; Sasà, fotografo dal cuore malandato.  La neo-banda del buco progetta e realizza il colpo, ma subito dopo una serie di imprevisti (di stampo prevalentemente camorristico) fanno precipitare gli eventi.

 

Spaghetti Gangster

Guido Lombardi, due anni dopo il premiatissimo La-Bas, sterza decisamente verso il cinema di genere, calando il suo secondo lungometraggio nelle (e sotto le) strade di Napoli e dei suoi quartieri spagnoli. Sfruttando in maniera scolastica ma efficace tutti gli stereotipi della commedia e del noir, Lombardi crea una galleria di personaggi sufficientemente credibili, funzionali alla storia, intenzionalmente sopra le righe, con il preciso intento di divertire e intrattenere il pubblico.

E che bella paranza!

Gli attori protagonisti, compreso Emanuele Abbate, un simpatico ragazzino (che è stato arrestato per rissa poco dopo la fine delle riprese) hanno quasi tutti avuto a che fare con la giustizia anche nella realtà, e questo rende la scena nella quale si interrogano a vicenda sul numero degli anni passati in carcere, una scena cult.

L’unico incensurato credo sia Peppe Lanzetta, e il suo rapinatore depresso ex-leggenda del sottobosco napoletano, sessualmente attratto dal giovane pugile clandestino (che si ritrova clandestino perchè ha sfasciato una sedia in testa ad un arbitro – anche questo episodio è successo davvero!) è talmente macchiettistico e divertente da risultare forse il miglior personaggio di Take Five.

Gaetano, il ricettatore, è Gaetano Di Vaio, produttore del film dal passato burrascoso. Durante la chiacchierata che ha seguito la proiezione del film, sia lui che il regista hanno insistito molto sul desiderio di creare un’opera di finzione, per staccarsi temporaneamente dalle loro opere precedenti, saldamente ancorate alla realtà sociale contemporanea.

Oltre alla comunanza di intenti, è palpabile un’intesa molto forte tra i due, che qualche mese fa hanno dato alle stampe un romanzo per Einaudi, Non mi avrete mai, che racconta la travagliata vita di Di Vaio, personaggio indubbiamente interessante e carismatico, più in versione “live” che nelle vesti di attore.

Quando il gioco si fa duro …

Il problema principale di Take Five è proprio questo: il cinema di genere è una cosa seria. Non basta citare vagamente i classici. E’ necessario avere ben chiara in testa un’idea di cinema che dia forza e spessore all’opera, altrimenti il risultato è poco più che una somma aritmetica e goffa di luoghi comuni, aggravata a mio parere da scelte registiche infelici, come l’uso insistito del ralenty nelle sparatorie. O la totale assenza della fase-action nellla vicenda, peraltro giustificabile con la volontà di focalizzare l’attenzione sul Chi, piuttosto che sul Come.

Resta apprezzabile il proposito di fare cinema secondo codici che non sono meramente commerciali o stupidi, che differenzia Take Five dalla stragrande maggioranza delle produzioni italiane, ma è un proposito che rimane purtroppo sulla carta. Intuizioni parzialmente sprecate. Ed è davvero un peccato.

Before Take Five

Prima del film in concorso, il Sudestival ci ha regalato la visione de La legge di Jennifer, cortometraggio di Alessandro Capitani.

La bambina di otto anni protagonista del corto scopre di non assomigliare ai propri genitori perchè i due sono una coppia di moderni Frankenstein, corpi trasformati dalla chirurgia estetica. 

Il turbamento della piccola e la sua reazione sono raccontati in maniera leggera ed efficace, e La legge di Jennifer risulta essere il perfetto esempio di cosa debba essere un cortometraggio, un’opera compiuta che pur nella sua brevità, trasmetta senso attraverso poche parole e la forza delle immagini.

L’opinione della giuria dei giovani

Continuiamo la felice collaborazione, iniziata lo scorso anno, con la giuria dei giovani che ogni settimana ci darà un’opinione del film in concorso proiettato. Iniziamo con la recensione di Take Five di  Domenico Marzolla (V A indirizzo scientifico-tecnologico)

Quando si recensisce un film come “Take Five”, di Guido Lombardi, è d’obbligo il presupposto che non si tratti di un’opera miliardaria e curata in ogni aspetto: è un film dal budget e dallo staff ridotto che va considerato con la necessaria indulgenza. Ci sono pure, tuttavia, film che grazie ad un’idea di fondo geniale, a un cast inaspettatamente ispirato o una regia particolarmente abile, riescono a compensar bene la carenza di fondi e a lasciarci piacevolmente stupefatti.

Non è questo il caso di “Take Five”: nonostante gli sforzi, il regista consegna un film passabile ma non eccelso. Costruito attorno ad una trama non originale come quella del colpo in banca e dei conflitti fra i membri della banda sul bottino, l’intreccio punta molto sulla psicologia dei cinque protagonisti senza però – a nostro parere – risultare verosimile o riuscire a far immedesimare lo spettatore; neanche l’ambientazione napoletana è ben evocata. Discreta la fotografia, trascurabili le musiche.
Nel complesso, sufficiente e lascia aperta la porta ad un notevole miglioramento.

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