Rock & Cinema. 70 anni di colonne sonore, film concerto, documentari, biopic, il nuovo libro di Franco Dassisti e Daniele Follero, edito da Hoepli, racconta l’incontro tra rock e cinema attraverso film, artisti e immaginari che hanno segnato generazioni. Nell’articolo l’intervista ad uno degli autori: Daniele Follero.
Rock & Cinema
Quando la musica incontra le immagini, nascono miti, rivoluzioni culturali e nuove forme di racconto. Rock & Cinema è il viaggio appassionato di Franco Dassisti e Daniele Follero dentro questo territorio di confine, dove il rock diventa linguaggio cinematografico e il cinema si nutre di suoni, ribellione e immaginari generazionali. Tra film iconici, artisti leggendari e scene che hanno segnato intere epoche, il libro racconta come due arti popolari abbiano costruito insieme un’estetica e un modo di stare al mondo. Con Daniele Follero, uno degli autori, abbiamo parlato di passioni, scelte narrative e di quel dialogo continuo tra note e fotogrammi che ancora oggi continua a influenzare il nostro sguardo.
La parola agli autori
Com’è nato il progetto di Rock & Cinema? È stata più forte la spinta cinefila o quella musicale?
Il progetto è partito dalla musica. L’idea di partenza era quella di spingersi oltre rispetto alla letteratura che indaga il rapporto tra rock e cinema, spesso parziale o sbilanciata verso il punto di vista della cinematografia. Il coinvolgimento di Franco è stato quasi automatico, ha unito le due anime del libro, quella musicale dando equilibrio al risultato finale.
Come avete lavorato insieme alla scrittura del libro? Vi siete divisi per ambiti o avete scritto tutto a quattro mani?
Si può dire che siamo stati complementari, non ci siamo semplicemente divisi i compiti. Piuttosto abbiamo completato l’uno il lavoro dell’altro, sebbene ciascun capitolo porti la firma di chi lo ha scritto.
Ci sono stati punti di vista diversi o veri e propri “scontri” su film o artisti raccontati?
Siamo partiti dalla condivisione di alcuni punti chiave della storia su cui ci sembrava imprescindibile essere d’accordo e ciò ha reso il lavoro molto più scorrevole, perché ci ha permesso di avere la percezione di andare nella stessa direzione, a prescindere dai gusti, dalle preferenze e dalle convinzioni. Inoltre, siamo due persone molto diplomatiche e in questo lavoro aiuta molto!
Il libro attraversa decenni di storia del cinema e della musica: quale è stato il criterio di selezione dei film e degli artisti raccontati?
L’obiettivo dichiarato di questo libro è stato, sin dall’inizio, quello di raccontare settant’anni di storia del rock attraverso i film che meglio ne avevano rappresentato lo spirito e lo stretto legame con le trasformazioni sociali. E di raccontarli attraverso una narrazione che seguisse solo in parte la cronologia degli eventi, prendendosi la libertà di deviazioni, parentesi, approfondimenti, associazioni tematiche.
Lo storico deve necessariamente escludere qualcosa, selezionare, catalogare, rispondere a domande e sviluppare concetti sulla base di un punto di vista. Ma deve anche saper raccontare. È da questi presupposti che si è arrivati a “pesare” i diversi elementi che costituiscono l’enorme ed eterogeneo universo del cinema rock.
Ci sono periodi storici in cui il rapporto tra rock e cinema è stato particolarmente fecondo? Com’è, secondo voi, la situazione del rock nel cinema contemporaneo?
La storia del cinema rock e delle sue evoluzioni segue necessariamente quella della musica cui fa riferimento. Nel decennio più creativo e sperimentale per il rock, all’incirca tra il 1965 e il ’75, anche i film rock e i documentari hanno seguito questa scia. Basti pensare a A Hard Day’s Night, a Woodstock di Wadleigh o al cinema di Zappa. In quegli anni viene il rock si impossessa del mezzo cinematografico e ne ridefinisce il linguaggio. Negli anni ’80 la diffusione del videoclip come strumento promozionale nell’ambito della popular music cambia le carte in tavola e costringe il cinema, in qualche modo ad adeguarsi.
A più di settant’anni di distanza dalle prime registrazioni di Elvis per la Sun Records cui spesso si attribuisce la nascita del rock’n’roll, siamo di fronte a un genere musicale maturo, capace di guardarsi alle spalle e riuscire a guardare ad un passato ormai lontano. Il rock ha forse perso la carica sovversiva e contro-culturale di un tempo, eppure è culturalmente ancora vivo e vegeto.
Che ruolo hanno avuto i biopic musicali nel ridefinire il mito delle icone rock?
Riallacciandoci alla risposta precedente, si può dire che il biopic e la moda dei film biografici esplosa in anni recenti siano la manifestazione più lampante di quello sguardo al passato, ad un pantheon ben definito di miti cui poter attingere, che appartiene al rock, oggi.
Non sempre, però, quantità fa rima con qualità. Film come The Doors di Oliver Stone o Elvis di Baz Luhrmann vanno ben oltre i canoni classici del biopic, sono bei film film a prescindere. La stessa cosa non si può dire per prodotti cinematografici recenti che si limitano a raccontare la carriera delle star del rock basandosi sul banale principio della somiglianza e dell’imitazione, quasi fossimo al Tale e Quale Show.
Se doveste consigliare un solo film per capire il legame tra rock e cinema, quale sarebbe?
Ai miei alunni della secondaria di primo grado faccio vedere School of Rock di Richard Linklater. Per i ragazzini di prima media è un ottimo film per comprendere il senso del rock e della sua cultura. Per il resto, ahimè, consigliare un solo film sarebbe come concentrare in un solo brano tutta la storia del rock. Inoltre, i film rock sono molto legati alla generazione che li ha prodotti. Per quelli nati nella seconda metà degli anni ’70, ad esempio, film come Almost Famous, Singles, le colonne sonore de Il Corvo e Trainspotting hanno rappresentato senz’altro il cinema rock più “vissuto” e significativo, ma non si può dire la stessa cosa per la generazione dei boomer, cresciuti con i film dei Beatles.
E un artista rock che, secondo voi, incarna meglio lo spirito cinematografico?
David Bowie, una sorta di Re Mida del rock, capace di trasformare in arte tutto ciò che faceva. E su questo sono d’accordo sia con Franco che con i Manetti Bros. che nella prefazione al libro hanno dialogato con noi due. Ne è venuta fuori una conversazione interessantissima in cui la comune passione per l’artista britannico è spuntata fuori con naturalezza.
Infine, se doveste descrivere il libro a chi non lo conosce ancora come lo presentereste?
Come il racconto di una meravigliosa storia d’amore tra il cinema e il rock lunga settant’anni, ormai matura, ma che potrebbe avere ancora tanto da dire.
