Con A War on Women, la regista Raha Shirazi porta sullo schermo un’opera intensa e urgente, capace di raccontare la condizione delle donne in un contesto, come quello dell’Iran, segnato da repressione, violenza e disuguaglianza. Il film è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Meridiana Concorso del BIF&ST 2026.
A War on Women
Il film segue le storie di diverse donne Iraniane che hanno vissuto in contesti segnati da limitazioni dei diritti e da forme più o meno esplicite di violenza. Il documentario si sviluppa attraverso interviste, immagini di vita quotidiana e momenti di confronto, mettendo in luce le difficoltà, le paure ma anche la resistenza e la determinazione delle protagoniste.
Le loro esperienze si intrecciano in un racconto corale che attraversa temi come la libertà personale, il controllo sociale, la violenza di genere e la ricerca di autonomia. Il titolo stesso suggerisce una realtà in cui la discriminazione non è episodica, ma sistemica, una vera e propria “guerra” combattuta sul corpo e sulla vita delle donne.
Attraverso immagini forti e testimonianze autentiche, Shirazi costruisce un racconto che non si limita a denunciare, ma cerca di dare voce a chi troppo spesso resta invisibile. Il risultato è un’opera che colpisce per la sua forza emotiva e per la capacità di trasformare storie individuali in una riflessione universale.
Un film che colpisce al cuore
Il punto di forza del documentario risiede nella scelta di una regia essenziale, che evita ogni spettacolarizzazione del dolore. Raha Shirazi lascia spazio alle testimonianze, costruendo un racconto che si affida alla potenza delle parole e degli sguardi. Questa sobrietà rende il film ancora più incisivo, perché costringe lo spettatore a confrontarsi direttamente con ciò che vede e ascolta.
La narrazione procede senza retorica, alternando momenti di grande intensità emotiva a passaggi più riflessivi. A War on Women è un’opera che interroga e scuote, capace di generare consapevolezza senza offrire soluzioni semplici. La sua forza sta proprio in questa tensione: nel mostrare una realtà difficile, lasciando allo spettatore il compito di elaborarla e, forse, di trasformarla in azione o presa di coscienza.
A war on Women – Intervista a Raha Shirazi
Raha, il titolo del tuo lavoro è una dichiarazione di guerra al contrario: una denuncia. Qual è stata la scintilla che ti ha spinto a dire “non posso non raccontare questo”?
Quando ho appreso della morte di Mahsa Jina Amini e ho visto il mondo interrogarsi su come fosse possibile che la prima rivoluzione femminista nascesse in un Paese teocratico come l’Iran, ho capito che la storia del nostro movimento era in gran parte sconosciuta. È stato in quel momento che ho sentito l’urgenza di raccontarla: era necessario documentarla e restituirle visibilità.
Documentare la violenza e l’oppressione sulle donne richiede un equilibrio tra il mostrare la verità e proteggere la dignità delle protagoniste. Come hai lavorato sulla “distanza” della macchina da presa rispetto al dolore che stavi filmando?
Nel cinema, spesso ciò che resta fuori campo è la scelta più potente. Le inquadrature non mostrano solo, ma suggeriscono e costruiscono un’esperienza emotiva. Per me era fondamentale evitare qualsiasi forma di spettacolarizzazione del dolore. Allo stesso tempo, il rapporto di fiducia con le donne del film è nato dall’ascolto: volevo creare uno spazio in cui si sentissero al sicuro e rispettate. Questa intimità è diventata parte integrante del linguaggio del film.
In contesti dove la voce delle donne viene sistematicamente soffocata, il cinema diventa un’arma. Cosa speri che accada nello spettatore quando si riaccendono le luci in sala?
Spero che lo spettatore esca con una maggiore consapevolezza: della realtà delle donne iraniane, ma anche della loro forza e del loro coraggio. Vorrei che il film aprisse una riflessione sulla fragilità della libertà e su quanto facilmente possa essere sottratta. E, soprattutto, che emerga un senso di vicinanza: il dolore e la lotta per la libertà sono universali.
Qual è stata la sfida più grande nel dare una forma estetica a una realtà che spesso è esteticamente inaccettabile o brutale?
La sfida era non tradire la realtà. Non abbiamo mai cercato di rendere la brutalità “bella”. La bellezza, semmai, emerge dalla resistenza delle donne che la affrontano. Il lavoro è stato trovare un linguaggio visivo rigoroso e rispettoso, capace di restituire questa tensione senza edulcorarla.
Come regista donna che osserva questa “guerra”, quanto della tua esperienza personale e della tua identità è confluito nello sguardo della cinepresa?
Essendo una donna iraniana, la mia identità è inevitabilmente parte di questo sguardo. È un film personale, ma anche un percorso di conoscenza. Attraverso le protagoniste, ho potuto approfondire una storia che appartiene alla nostra identità collettiva e che troppo spesso resta invisibile.
C’è un’immagine di speranza o di forza che hai portato via con te dopo la fine delle riprese e che non è finita nel montaggio finale?
Abbiamo avuto il privilegio di intervistare Narges Mohammadi, attivista per i diritti umani, la cui testimonianza non è entrata nel montaggio finale. La sua forza e la sua determinazione a continuare a lottare dall’interno dell’Iran restano per me un’immagine potentissima di resistenza e speranza.
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