Il documentario La Rabbia di Alberto De Venezia sarà proiettato in anteprima all’Isola Del Cinema, nella sezione Doc ad Arte curata da Francesca Piggianelli. Esce a distanza di tempo dalla sua realizzazione, in cui ci fu l’occupazione degli studi di Cinecittà da parte di alcuni lavoratori.
Alberto De Venezia è uno dei registi e produttori più giovani del settore. Dopo aver studiato cinema all’Accademia di Rosebud, ha fatto le sue esperienze come aiuto regia di Dario Argento, e successivamente ha aperto la sua casa di produzione cinematografica Ipnotica Produzioni col quale nel 2013 ha prodotto il suo primo lungometraggio Io è morto, con cui è stato protagonista l’anno scorso alla Mostra di Cinema di Venezia e al Festival di San Paolo in Brasile, ed alcuni documentari, tra cui La Rabbia , di cui è anche regista.
La Rabbia di Alberto De Venezia
La rabbia
Il documentario La Rabbia ha un bel ritmo narrativo e si apre con alcune fotografie sulle sale chiuse di Roma, per arrivare alle interviste a vari professionisti del settore tra cui il cineasta e produttore indipendente Emanuele Cerman (In nomine Satan), Biagio Proietti, regista di film per la tv, e Paola Sebastiani, attrice che ha vissuto i tempi d’oro del cinema ai tempi di Fellini e Rossellini.
Tratta di temi importanti, di cui si cerca di analizzare la situazione e di capire cosa sia accaduto nel tempo da quando c’era un fermento artistico a livello internazionale e di come si sia arrivati lentamente verso un declino, trasformando i capannoni che una volta ospitavano i set di cinema a algidi studi televisivi per programmi d’intrattenimento.
Intervista ad Alberto De Venezia
Ho intervistato Alberto presso la sua sede insieme ai suoi collaboratori ed autori del documentario Andrea D’Emilio, che si è occupato anche del montaggio, e Eléna Matera, che ha scritto ed ideato le domande per le interviste.
Ciao Alberto, ci racconti come è nata l’idea del documentario?
E’ nato tutto durante la manifestazione dei lavoratori di Cinecittà che hanno occupato la storica sede per protesta alla crisi che sta attraversando un po’ tutte le istituzioni. In realtà avevo pensato inizialmente di raccontare tutti i centri di cultura occupati, e poi negli anni si è trasformato nel racconto della crisi di Cinecittà, come crollo del simbolo del cinema d’eccellenza nel mondo.
Come mai ‘La rabbia’ esce a distanza di tempo così lunga dalla sua realizzazione?
E’ stato realizzato in un lungo periodo di tempo. La proposta della dirigenza degli Studios è in stand-by e di conseguenza questa questione di trasformarli in alberghi e centri commerciale è ancora molto attuale. E’ clamoroso che all’estero gli stabilimenti che realizzano film si stanno ingrandendo, mentre una sede storica, che è stata al centro della cinematografia mondiale, venga smantellata pezzo per pezzo, a fronte anche di costi troppo elevati che un produttore possa affrontare per la realizzazione di un film all’interno delle sue mura.
Quanto sono durate in tutto le riprese?
La rabbia stato realizzato in venti giorni, ma poi in fase di montaggio ho cambiato due montatori. Non ero soddisfatto della prima resa finché non ho incontrato Andrea D’Emilio, che ha saputo rendere bene l’anima del documentario, e successivamente anche insieme a Elèna Matera, abbiamo individuato la quadra del documentario. Quindi c’è la visione del cineasta indipendente, del produttore che ha lavorato con Fellini e Rossellini, il regista che lavora per la televisione, l’attrice che ricorda come si lavorava ai tempi d’oro e l’artigiano che ormai è diventato quasi un disoccupato.
Pensi riuscirai a trovare una distribuzione?
Il mio obbiettivo è quello di far uscire La rabbia nelle sale e poi farlo passare in televisione, anche se la distribuzione di un documentario così è complessa per i temi che si affrontano.
Andrea, come hai iniziato a collaborare a questo progetto?
Per puro caso. Ho letto un annuncio su internet dove cercavano dei montatori, ho chiamato il cellulare, ci siamo incontrati e da allora lavoro con Alberto anche per altri progetti. Essendo subentrato a lavoro iniziato, ciò che abbiamo costruito è stato rimettere mano al materiale, individuando quattro categorie da seguire, ed abbiamo girato ulteriori interviste sulla base della nuova linea, dandogli un altro senso ed un ritmo narrativo più adatto.
Elèna raccontaci quale’è stato il tuo apporto a questo documentario.
Sono partita dal punto di vista che doveva essere un film d’intrattenimento, e non un documentario di informazione, di tipo giornalistico. E da questo che poi ho sviluppato una serie di domande da fare ai protagonisti, che non fossero retoriche o banali, e che si aprissero anche a contenuti più ampi come la chiusura dei cinema, e questa evoluzione è andata di pari passo al montaggio.
E poi ho trovato giusto che si potesse mettere a confronto lo sguardo di personalità diverse del mondo dello spettacolo, dall’artigiano al produttore indipendente e il regista di programmi televisivi. Si è andati oltre all’argomento Cinecittà come luogo simbolo della cinematografia, perché senza le persone che ci hanno lavorato non avrebbe lo stesso valore.
Ottime le argomentazioni e le tematiche trattate, in bocca al lupo per futuri successi.