I Grandi Maestri del Cinema: Andrej Tarkovskij con Stalker

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Stalker è un film di fantascienza del 1979 ambientato in Russia, chi se lo ricorda? Io assolutamente no…

La trama

di Nicola Donadio

locandina del film

Uno scienziato e uno scrittore si rivolgono ad uno “stalker” per essere condotti nella cosiddetta “Zona”. La Zona è un territorio disabitato in cui tempo addietro cadde un misterioso asteroide; in questo posto esiste una stanza dove i desideri più intimi e nascosti delle persone che vi entrano vengono esauditi. La Zona è protetta da numerosi militari, eppure i tre riescono a raggiungerla. Il panorama che si presenta è desolante, di abbandono. Lungo il percorso, irto di ostacoli, nascono tutta una serie di discussioni filosofiche, anche molto accese, tra il professore e lo scrittore, che faranno giungere i due uomini alla scelta di non entrare nella stanza.

Analisi del film

altra locandina del film stalker

Il film si presenta come una grande metafora, la Zona è la vita stessa e la stanza rappresenta, in un certo senso, il senso della vita. A volerlo conoscere sono due persone colte, ma allo stesso tempo di indole opposta, l’uomo di scienza e l’uomo di lettere. Entrambi giungono alla conclusione che conoscere il senso della vita ed esaudire il proprio desiderio più inconscio non dà la felicità ma, come era successo ad altri uomini precedentemente, porta ancora più infelicità e addirittura al suicidio. Da qui la decisione sofferta, e forse un po’ vigliacca, di non entrare nella stanza. Al contrario lo stalker è un uomo povero, prigioniero del suo ruolo, e che non potrà mai entrare nella stanza dei desideri. Allo stesso tempo, però, è un uomo che conserva la propria fede, la sua unica speranza. Quando poi nota l’assenza di fede dei due studiosi esplode rabbiosamente.

Tarkovskij si è ispirato al racconto fantascientifico Lungo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij.

Analisi tecnica e formale

Non siamo di fronte ad un film semplice da vedere: la pellicola dura quasi tre ore, imbottite di lentissime carrellate, dettate da un gusto per l’immagine che si può definire di stampo poetico, che va oltre la storia che il film racconta. I dialoghi sono scarnissimi e anche questi grondanti di poesia e di filosofia. E’ come se un film di Bergman fosse dilatato enormemente, estendendo il gusto dei primi piani del maestro svedese, all’ambiente circostante, alle figure intere, rendendo la bellezza della fotografia e della scenografia quasi fine a se stessa. Tarkovskij evita di cadere in questo errore solo grazie alla costruzione metaforica e a tratti allegorica su cui si regge questo capolavoro. Ognuno si farà un’idea diversa guardando Stalker, ma a tutti resterà l’impressione di aver assistito ad un’opera d’arte, questo per l’emozione che le immagini e i dialoghi riescono a suscitare. D’altronde l’arte è prima di ogni cosa proprio emozione.

Il contesto storico

Unico film che il maestro russo girò per intero nella sua patria, Stalker esce nel 1979. La parabola propulsiva dell’Urss è ormai scemata in un apparato politico-burocratico imbarazzante e anche la permanenza del regista nel suo Paese è quasi terminata. Tarkovskij è disilluso, la sua indagine sulla ricerca della verità esula da qualsiasi ragionamento politico, anzi tutto è poesia, filosofia, arte, elogio degli umili e dei poveri di spirito, ma in maniera umanista e assolutamente apolitica. La città da cui i tre partono è una città industriale, in totale stato di abbandono e di degrado materiale ed umano, con i militari a presidio della ferrovia che conduce verso la Zona. Questi elementi, e una più generale avversione ideologica verso il regista, porteranno il diretto intervento del governo sovietico per impedire la vittoria della Palma d’oro a Cannes per Stalker. Nella rappresentazione, invece, della Zona è rintracciabile una certa preveggenza di paesaggi segnati da catastrofi nucleari, che anni dopo sarà nuda e cruda realtà.

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